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martedì 3 dicembre 2013

I cònthe. Agordini bravi e ingegnosi

MEMORIA
Da “Belluniradici.net” Newsletter

I cònthe. Agordini bravi e ingegnosi

Nel Bellunese come in molte altre regioni delle Alpi e delle Dolomiti, le vallate dividono le comunità ma favorivano attività specifiche che raggiungevano l’eccellenza.

Nello Zoldano dopo l’esaurimento delle miniere e la chiusura dei forni per la fusione dei materiali ferrosi, molti valligiani rimasti senza lavoro diedero inizio all’attività di gelatai in Veneto, in Friùli Venezia Giulia, in Italia, in Europa, rendendo famoso il gelato artigianale all’italiana in tutto il mondo.

Nelle località Agordine erano già famosi nel ‘500 i fabbricanti di sedie e i seggiolai impagliatori chiamati comunemente cònthe, termine proveniente dal bellunese-veneto conzar, in altre parole acconciare.

Nella Venezia del ‘500 la comunità Agordina contava una massiccia presenza di artigiani fabbricanti di sedie, che in buona parte venivano esportate all’estero dai valenti commercianti veneziani. I più famosi cònthe, racconta la leggenda, erano originari di Rivamonte Agordino.

L’attività dei seggiolai-careghète assunse notevole importanza artigianale e commerciale nelle ultime decadi dell’800 con la chiusura delle minerarie della val Imperina e della filiera lavorativa che seguiva: fonderie, fabbri ferrai, produttori di chiodi, serrature e chiavi.

Il mestiere di cònthe non era lavoro facile. L’attività obbligava gli artigiani a spostarsi da una località all’altra, da una valle all’altra, da una regione all’altra in Italia e all’estero, costretti ad una vita seminomade alla perenne ricerca di lavoro.

Gelosi del mestiere e dei segreti che includeva la produzione di una sedia (16 pezzi impiegando 4-5 varietà di legno, realizzata ad incastro senza l’impiego di chiodi e con linea architettonica da far invidia ai migliori design).

Nei trasferimenti da un luogo all’altro l’attenzione maggiore dei careghète era riservata agli utensili di lavoro, difficilmente reperibili fuori della vallata Agordina. I cònthe partivano dopo la festa dell’Epifania (6 gennaio) per far ritorno al paese per la sagra patronale di Rivamonte Agordino (13 giugno), evento che segnava l’inizio dello sfalcio dei prati, dei lavori della fienagione, della transumanza dei greggi e degli armenti dal paese alle alte praterie dell’alpeggio. Ripartivano per la festa di San Bartolomeo (24 agosto) per far ritorno alcuni giorni precedenti le festività di Natale.

L’abbigliamento del cónthe era essenziale per ragioni di denaro, d’ingombro e peso nei trasferimenti: una camicia, una giacca utile anche per cuscino o coperta, un panciotto, un paio di scarpe, una maglia di lana, un paio di calze di lana grezza, un cappello, il grembiule. Di tanto in tanto (alla domenica), il careghèta provvedeva in proprio a lavare la biancheria nei giorni di sole. Stirare la biancheria era pratica sconosciuta.

Il cònthe portava con sé uno o due apprendisti affidatigli dalle famiglie affinché imparassero il mestiere. L’età media dei giovani era 11-12 anni. Talvolta erano bambini di 8-9 anni che partivano da casa spauriti per un’avventura sconosciuta. Nel contempo una bocca in meno da sfamare per la famiglia. I tempi con quel poco che la montagna offriva erano davvero difficili.

Il cònthe padrone trascorsi i primi giorni impiegati nel trasferimento, si rivelava (generalmente) persona severa con i piccoli indifesi apprendisti. A pranzo e cena il cibo era scarso. Molto lavoro, niente svaghi né giochi per i giovani garzoni.

Più trascorreva il tempo, più ai piccoli apprendisti lievitava la nostalgia per la mancanza della famiglia, il rimpianto e i ricordi per i giochi con gli amici al paese e, ultimo ma non ultimo, mancavano le amate montagne.

Il lavoro dei garzoni per la stagione era compensato con un vestito nuovo e in un paio di scarpe da sfoggiare alla domenica e, da indossare, soltanto alla domenica e alle feste quando si recava con la famiglia in chiesa per la messa. Qualche soldarello il giovane iniziava a guadagnare negli anni successivi, in ragione alla manualità ottenuta negli anni dell’apprendistato e alla qualità del lavoro svolto.

Dovevano trascorrere 7-8 anni perché il garzone potesse diventare padrone di sé stesso, dando inizio all’attività di careghèta-cónthe. I cònthe inventarono un linguaggio unico e particolare per comunicare tra loro, parlavano un linguaggio sconosciuto agli estranei, evitando che informazioni e segreti tecnici e commerciali venissero compresi dai clienti, da altri artigiani e commercianti.

La tradizione vuole che a ideare fondare il lessico dello scabelament del còntha siano stati i seggiolai di Tiser Agordino, villaggio nel Comune di Gosaldo. Successivamente la segreta parlata venne adottata dai cònthe di Don, poi dagli artigiani delle comunità di Voltago Agordino e di La Valle Agordina, infine dagli artigiani di Rivamonte Agordino.

La vita dei seggiolai era spesso un’avventura. I viaggi non erano da meno per raggiungere città e villaggi dal Piemonte all’Abruzzo, dal Trentino alla Francia, dove i cónthe erano ritenuti veri maestri dell’intaglio del legno e della lavorazione della paglia. Molte famiglie francesi si ritenevano onorate poter ospitare a pranzo ed alloggiare gli abili cónthe italiani che, oltre a rinnovare con nuovi modelli le sedie di casa inconfondibili per l’alta qualità dell’esecuzione, producevano e rinnovavano anche per altre famiglie del paese, del villaggio e del quartiere della città.

I careghète agordini usufruivano di diversi mezzi per il trasferimento e il trasporto dei materiali. Alcuni partivano dal paese a piedi trainando il carretto con quanto necessitavano per il lavoro, altri si spostavano in bicicletta. Tre giorni di viaggio per raggiungere la Liguria e il Piemonte, quattro-cinque giorni l’Abruzzo. Dagli anni successivi alla Grande Guerra il treno era il mezzo preferito e più usato dai seggiolai per i trasferimenti da un luogo all’altro.

Raggiunto il paese, città o villaggio, il lavoro del careghèta e del-dei garzoni iniziava di buon mattino. Il giovane apprendista era inviato a girare per le strade e piazze dell’abitato con una seggiola portata sulla schiena alla ricerca del lavoro. Il garzone declamava a gran voce in lingua locale che il careghèra era arrivato e dava inizio al lavoro nella tal piazza, generalmente dove si svolgeva il mercato settimanale. La popolazione portava nel luogo convenuto le sedie da impagliare e trattava il prezzo per i nuovi ordini. A metà mattinata iniziava il lavoro.

La realizzazione di una nuova sedia che avveniva su indicazione del cliente obbligato a fornire il legno, richiedeva parecchie ore di lavoro. La tecnica di costruzione seguiva il metodo collaudato nel corso di molti anni: il cónthe eseguiva i compiti principali che richiedevano maggior esperienza, ai garzoni erano affidate le operazioni di squadratura e levigatura dei legni e l’impagliatura, che avveniva con varie tecniche: al doppio còrdol, alla stròlt, alla francese. Infine, tutti i pezzi venivano assemblati con la tecnica dell’incastro. A sera il lavoro per la costruzione della sedia era concluso.

Qualche careghèta terminava il lavoro strofinando con piglio esperto sulla parte sottostante della paglia del piano della sedia una sardella o un’aringa. Questo perché il gatto di casa salito sulla sedia annusando il prelibato odore graffiava la paglia sperando di trovare il ghiotto boccone. Per il padrone di casa la necessaria impagliatura doveva rinnovarsi con tempi abbreviati. Trucchi del mestiere.

I pranzi dei careghèta erano spartani: all’inizio del viaggio formaggio e salame portati da casa accompagnati da fette di pane o polenta, successivamente mortadella, acciughe, fichi, noci, ancora formaggio e salumi. Per cena cucinavano su un improvvisato fuoco da campo minestra, minestrone o polenta utile anche per il giorno successivo.

Anche il pernottamento era di fortuna, problema che si presentava sera dopo sera al termine della lunga giornata di lavoro. L’improvvisato giaciglio in campagna veniva preparato con il permesso dei contadini nelle stalle (c’era caldo), nei fienili e granai. Nelle città bivaccavano in qualche porticato, sotto un ponte, in luoghi riparati, nei giardini privati e pubblici.

La domenica era dedicata in parte al riposo, ad incontrare paesani careghèta, scrivere qualche riga a casa ai genitori, alla moglie, alla fidanzata, agli amici. Una parte del giorno era dedicato alla manutenzione degli attrezzi da lavoro e per reperire l’indispensabile paglia.

Con l’avvento della plastica, di nuovi materiali e dell’industria, il mestiere dei seggiolai-careghète subì un duro colpo, ma non terminò. Dalla metà del ‘900 nei giorni mercato in un angolo delle piazze di molte località, ancor oggi si possono incontrare sempre allo stesso posto i careghète che impagliano sedie. Dai primi anni del 2000 è ritornato a molti giovani, e non più giovani, il piacere per l’arte del seggiolaio (sono organizzati corsi) e la richiesta dell’originale antica sedia artigianale da parte di una clientela qualificata.

A Rivamonte Agordino/Gosaldo (Bl) si trova una bottega artigianale che produce sedie impagliate seguendo gli antichi metodi. Nel villaggio di Tos, nel Museo Etnografico del Seggiolaio ospitato nell’ex scuola elementare è raccontata l’epopea dei seggiolai-careghète-cònthe con i molti caratteristici strumenti di lavoro, con documenti e fotografie, e una varietà di sedie impagliate con tecniche differenti. Una parte del Museo è dedicata alla locale lavorazione artigianale del ferro, del legno e del casaro. (Renato Zanolli -Bellunoradici.net Newsletter /Inform)

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