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martedì 17 dicembre 2013

Napolitano, appello per la stabilità:“Nei prossimi mesi servono riforme”


RASSEGNA STAMPA

Da “La Stampa.it”

Napolitano, appello per la stabilità:

“Nei prossimi mesi servono riforme”

Il Capo dello Stato: “Bisogna porre fine alla fragilità endemica dei governi”

 

Sempre più gente lo capisce: ci vuole stabilità per fare le riforme che garantiranno al sistema sempre più governabilità. Giorgio Napolitano lo ripete, dopo averlo scandito ieri di fronte alle alte cariche della Repubblica, agli ambasciatori accreditati al Quirinale. Il che, nel linguaggio cauto e cristallizzato della democrazia, significa dirlo alle cancellerie di tutto il mondo. Le elezioni - il messaggio non è esplicito, ma lo si può facilmente dedurre dal contesto - non sono una via praticabile. Se ne facciano una ragione quanti le sognano.

Ore 11, Salone dei Corazzieri: seduti a ferro di cavallo e con posti assegnati rigorosamente in ordine alfabetico, per non far emergere alcun tipo di preferenza, gli uomini e le donne del Corpo Diplomatico acoltano la versione del Colle attraverso la traduzione simultanea. «L’Italia, i suoi cittadini, le sue forze politiche, sono protesi nello sforzo di superamento di una fase difficile e sofferta, che non ha però mancato di rafforzare la convinzione, in una parte sempre più larga dell’opinione pubblica, che tra i doveri delle istituzioni vi sia quello di garantire alla nazione stabilità politiche e governabilità», spiega quasi pedagogicamente il Capo dello Stato.

A maggior uso e consumo degli scettici il ragionamento prosegue così: «Sono in pochi coloro che dubitano che, nel rispetto rigoroso dei principi sanciti dalla Costituzione, si debba por fine a quella fragilità endemica che ha caratterizzato in passato le sorti dei troppi governi, impedendo loro di rispondere con piena efficacia e con una adeguata visione strategica alle sfide poste al Paese». Insomma, sempre più quelli che vogliono la stabilità, sempre meno quelli disposti a perpetuare l’attuale situazione di ingovernabilità, anche a costo di rinunciare alle riforme. Come spesso accade, si parla a chi sta lontano ma si vuole che ascolti chi è fisicamente molto vicino. È il linguaggio della diplomazia (La Stampa.it, 17 dicembre 2013)

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