TRADIZIONI
Li chiamavano pifferari
Una mostra ricostruisce il mito degli
zampognari abruzzesi sulla base delle testimonianze del Grand Tour
CALASCIO (L’Aquila) - Michele Jocca, nato nel 1925 a Calascio, ha le
lacrime agli occhi quando è invitato a descrivere storie e persone di Rocca
Calascio al tempo in cui l’antico borgo pastorale sul Gran Sasso era ancora
vitale, prima che gli ultimi abitanti lasciassero definitivamente il paese
negli anni cinquanta, prendendo la strada dell’emigrazione come i predecessori.
Il contesto è quello dell’inaugurazione della Mostra “Li chiamavano pifferari:
zampognari mito dell’Abruzzo pastorale”, tra turisti italiani e stranieri che
nel periodo estivo raggiungono il borgo abbandonato per accedere alla Rocca,
ritenuta da National Geographic tra i 15 castelli da favola del mondo. La
mostra documenta un aspetto particolare del mondo pastorale del passato, quello
dei pastori musicisti, ossia gli zampognari.
Per lungo tempo ignorati dalla cultura musicale italiana, e abruzzese in
particolare, furono invece considerati e spesso esaltati con un alone di
leggenda da scrittori, poeti, pittori e musicisti stranieri in occasione del
loro viaggio o soggiorno in Italia. I viaggiatori del Grand Tour, scendevano in
Italia attratti dalle testimonianze storiche, dall’immenso patrimonio artistico
e culturale, dai paesaggi, dal clima e dallo stile di vita. Nell’ottocento
sotto la spinta del romanticismo furono spesso affascinati dalla civiltà
pastorale ovunque si manifestasse, in Abruzzo come lungo i millenari sentieri
della transumanza che univano l’Abruzzo alla Puglia e nella campagna romana.
Per gli artisti, letterati e musicisti che temevano di avventurarsi in Abruzzo,
terra percepita come aspra, con montagne selvagge e pericolosa per la presenza
di briganti, era possibile imbattersi nei pifferari – come li chiamavano – a
Roma, dove arrivavano da tempo immemorabile nel periodo che precedeva il
Natale, come pure a Napoli o in altre città.
A loro si devono testimonianze significative per ricostruire le tracce
degli zampognari e della rilevante influenza esercitata nella cultura europea
di ieri e di oggi. Pastori e zampognari, paesaggi, greggi e costumi divennero –
nell’800 - una componente dell’Italia romantica e pittoresca. La mostra
allestita a Rocca Calascio, ai piedi della bellissima Rocca, intende far
conoscere testimonianze letterarie, artistiche e musicali lasciate dai
viaggiatori stranieri con l’obiettivo di ricostruire la presenza dei
pastori-musicisti seguendoli negli itinerari del passato. Una sorta di “viaggio
nel viaggio” insieme a pastori, viandanti, viaggiatori e pellegrini alla
ricerca di quelle tracce perdute. Una presenza molto antica, che riguardava
variamente l’intero centro sud, la Basilicata, la Calabria e la Sicilia e
soprattutto il Lazio meridionale e il Molise.
“Quest’anno sono arrivati dagli Abruzzi più zampognari del solito… Erano
di Pescocostanzo e appena arrivati avevano chiesto alla gente dove si trovasse
il papa”, scrive nel suo romanzo “Avventura di un povero cristiano”
Ignazio Silone, inserendo il riferimento agli zampognari nel dialogo tra
alcuni frati vicini a Celestino V, in quel travagliato dicembre del 1294 che
avrebbe portato alle dimissioni del papa eremita vissuto sulla Maiella-Morrone;
un dettaglio che richiama la tradizione degli zampognari
lontanissima nel tempo, come testimoniato da espressioni artistiche ancora
presenti in antiche chiese abruzzesi. L’antico mondo pastorale abruzzese, di
cui la zampogna era espressione, era caratterizzato da grandi numeri di capi
ovini e di conseguenza di pastori.
Nell’anno 1592 “la provincia dell’Aquila svernava in Puglia 4.471.496
pecore” (cfr. Inchiesta Agraria Jacini, 1877-1887), seguendo gli antichi
tratturi della transumanza. Il dato non comprendeva le c.d. pecore “rimaste”
(greggi con meno di 20 pecore), i capi diretti alla campagna romana, all’agro
ternano e quelle esistenti nelle altre province. Sui pascoli del Tavoliere
convergevano anche le greggi provenienti dalla stessa Puglia, dal Molise, dalla
Balisicata e dalla Campania. Ma tre quarti dei capi al pascolo sul Tavoliere
erano provenienti dall’Abruzzo. Le condizioni dei pastori sono state sempre
miserabili. Chi aveva un orecchio musicale, anche se analfabeta, apprendeva dal
padre o dal nonno a suonare la zampogna, dando continuità ad un repertorio
tramandato di generazione in generazione, cogliendo l’opportunità di integrare
le magre entrate con offerte in denaro o in natura. La zampogna era costruita
dallo stesso pastore, di cui era malinconica compagna nelle ore di solitudine
trascorse nella vigilanza del gregge.
Nel Settecento furono in pochi ad avventurarsi nella regione, ma il
romanticismo ottocentesco spinse molti a superare paure e pregiudizi con cui
era stata diffusa l’immagine dell’Abruzzo, fattori che si trasformarono in
potenziali motivi di attrazione. Segnaliamo di seguito alcune testimonianze
utili per immaginare la civiltà pastorale abruzzese e la presenza della
zampogna: Edward Lear, cui si deve una delle prime trascrizioni musicali
eseguite dopo aver ascoltato i pifferari sulle montagne durante i suoi viaggi
in Abruzzo nel 1843 e 1844; la scrittrice americana Maud Howe, Augustus
J. C. Hare, Waldemar Kaden, Ann Macdonell, Estella Canziani, ecc. Ancor più
numerosi sono stati i pittori e gli incisori.
“Pittori e musicisti portano con sé l’immagine ed i suoni, nelle loro
anime e lì che li trattengono, li modellano e li trasmettono. Così nascono le
sinfonie, e tutte queste composizioni provengono da quegli antichi suoni, che
sono la base di tutte le pastorali” - Hans Geller, in un saggio pubblicato
in Germania nel 1954, ricostruisce l’influenza degli zampognari abruzzesi su
musicisti e pittori tedeschi; tra i compositori che “presero in prestito le
melodie dei flauti” lo studioso cita Haendel, Bach, Gluck, Beethooven,
Landsberg e Kerll, per i pittori e incisori l’elenco è ancora più lungo, con
numerose opere esposte in vari musei tedeschi.
Tra i musicisti merita di essere ricordato Hector Berlioz. Nell’estate 2012
è stata allestita una mostra in Francia dedicata al viaggio musicale in Italia
del grande compositore, che ha posto al centro dell’esposizione la rilevante
influenza esercitata sulla sua opera dalla musica popolare italiana e in
particolare dalle sonorità dei pifferari abruzzesi. Il musicista rimase rapito
dalla loro musica quando li ascoltò a Roma nel dicembre del 1831, come
scrisse nelle sue memorie. Dalla mostra della mostra si apprende che
nelle escursioni abruzzesi Berlioz fu spesso accompagnato dal compositore
tedesco Felix Mendelssohn.
“Ho notato solamente a Roma una musica strumentale popolare che tendo a
definire come un resto dell’antichità: parlo dei pifferari. Ho sentito in
seguito i pifferari direttamente nelle loro terre e, se li avevo trovati così
notevoli a Roma, l’emozione che ho ricevuto fu molto più viva nelle montagne
selvagge dell’Abruzzo, dove il mio umore vagabondo mi aveva condotto”,
scrisse Berlioz nelle sue memorie di viaggio. Tornato a Parigi, Berlioz
ripensando ai paesaggi abruzzesi compose la sinfonia “Harold in Italie”.
La sinfonia comprende “Serenade d’un montagnard des Abruzzes a sa maitresse”.
Era soprattutto durante il periodo natalizio a Roma che la presenza dei
pifferari era diventata nei secoli una tradizione apprezzata dai romani e anche
dai tanti viaggiatori stranieri che facevano della città eterna il riferimento
fondamentale del Grand Tour in Italia. Tra le testimonianze sul mondo degli
zampognari si ricordano Stendhal, Goethe, Dikens.
Nel 1870 dopo l’acquisizione dello stato pontificio al Regno d’Italia
misure di sicurezza impedirono l’accesso a Roma dei pifferari, per il rischio
che potessero tra loro nascondersi dei briganti. Negli stessi anni venivano
soppresse le leggi che imponevano il pascolo forzato sul Tavoliere. Entrò in
crisi l’economia pastorale dell’Abruzzo e di conseguenza anche gli zampognari
furono costretti ad emigrare, lasciando i loro paesi. Non a caso una zampogna
appartenuta ad un emigrante abruzzesi si trova da tempo esposta in un museo
della città americana di Pittsburgh. Un vero e proprio esodo, che ha decimato
le aree interne.
Con un pizzico di amarezza, fu l’inglese John Alfred Spranger, in un suo
articolo pubblicato nel 1922 su Journal of the Royal Anthropological Institute,
ad annotare che “L’uso della zampogna era un tempo molto diffuso in tutto
l’Abruzzo”. Alla fine dell’800 era stata soprattutto la visione arcadica di
Gabriele D’Annunzio ad esaltare l’Abruzzo pastorale ed a rilanciare il mito
della stessa zampogna, di cui possedeva un esemplare nella sua residenza
toscana di Settignano. Nella tragedia pastorale “La figlia di Iorio”,
ambientata sulla Maiella, volle che una cornamusa fosse inserita nella grotta
di Aligi, ma frequentissimi sono i riferimenti allo strumento in altre sue
opere.
La mostra evidenzia come recenti studi affermino che S. Alfonso Maria de
Liguori scrisse il testo del famoso canto di Natale “Tu scendi dalle stelle”
(“You come down from the stars”), utilizzando melodie già da tempo suonate dai
pastori abruzzesi, che il santo-musicista napoletano ebbe modo di seguire da
vicino per oltre due anni (1744/1746) a Deliceto, in Puglia, nel Santuario
della Madonna della Consolazione, situato in prossimità del tratturo
Pescasseroli-Candela. L’antico santuario venne riaperto proprio ad opera
di Sant’Alfonso che volle assicurare l’assistenza spirituale di quella enorme
massa di pastori transumanti di cui nessuno si occupava.
La mostra, promossa senza contributi pubblici dall’Associazione Zampogne
d’Abruzzo - http://www.zampognedabruzzo.it -
si avvale del patrocinio di Italia Nostra – sezione di Pescara, ha il merito di
non perseguire alcuna retorica del passato, intendendo favorire nei visitatori
la conoscenza diretta di fonti, testimonianze e immagini prevalentemente
ignorate, che costituiscono frammenti di un più vasto fenomeno culturale che
attende ancora di essere adeguatamente studiato. La mostra è allestita presso
il Rifugio della Rocca – www.rifugiodellarocca.it – dal 4 al 18 agosto. L’ingresso
è gratuito, dalle 10 alle 18. (Antonio Bini -Inform)
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