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martedì 7 maggio 2013

Mariano R. Gazzola (Cgie/Maie Argentina): E se facessimo del ministro Cécile Kyenge un nostro interlocutore?


INTERVENTI
Mariano R. Gazzola (Cgie/Maie Argentina): E se facessimo del ministro Cécile Kyenge un nostro interlocutore?

ROSARIO - Ha fatto bene Ricky Filosa direttore de ‘Italia Chiama Italia’ (e coordinatore Maie per il Centro America, ndr), a dedicare ampio spazio nel suo giornale alle dichiarazioni del Ministro Kyenge su l’adozione dello ius soli e la prospettata riforma della legge sulla cittadinanza. Soprattutto perché sono state ben poche le reazioni e i commenti dei parlamentari italiani eletti all’estero. Forse c’è chi pensa che lo ius soli interessa solo ai figli di stranieri nati in Italia. Ma certamente se la legge sulla cittadinanza verrà modificata, senza dubbio quelle modifiche interesseranno anche la trasmissione della cittadinanza ai figli nati all’estero. Anche noi italiani all’estero dobbiamo avere un dibattito serio sulla cittadinanza, non solo sulla trasmissione della cittadinanza per via materna prima del 1948, ma anche sullo ius sanguinis e lo ius soli, senza però cadere in sterotipi falsi quali “inmigrati uguale a persone che non si lavano” o “bisnipoti di italiani all’estero uguale a vogliono il passaporto per viaggiare”. 

Lo ius sanguinis e lo ius solis sono due strumenti giuridici che permettono allo Stato di presupporre la cittadinanza di un individuo. Nel primo caso, lo Stato presuppone che la persona figlia di cittadino appartiene alla comunità politica dello Stato. Nel secondo caso lo Stato assume che la persona nata nel proprio territorio appartiene anche alla comunità politica statale. È bene ricordare qui che spesso “cittadinanza” e “nazionalità” non sempre concordano: ci sono i nazionali che non hanno cittadinanza (come gli ebrei prima della nascita dello Stato di Israele ,per esempio) o sono divisi tra due cittadinanze diverse (tedeschi fino a qualche anno fa, o coreani –ancor oggi-) Ma anche cittadini di diversa nazionalità come nei casi di storici stati plurinazionali: l’Unione Sovietica (i cittadini sovietici, ma di nazionalità russa o armena, per esempio). Questo solo per citare esempi che evidenziano la complessità della materia. 

Voglia o non vogliasi, globalizzazione mediante –ma non solo- , ci sono sempre di più gli Stati definiti “plurinazionali”: la Federazione Russa o la Bolivia che nelle loro costituzioni si sono riconosciuti stati plurinazionali. 

Chi non è cittadino è straniero: non appartiene alla comunità politica statale. Straniero e estraneo hanno la stessa radice lessicale. La persona figlia di italiani per il solo fatto di essere nato all’estero, è straniero? La persona nata in Italia, per il solo fatto di essere figlio di inmigrati è straniero? Sono entrambe persone estranee all’Italia? 

Ha ragione il direttore Filosa quando dice che la cittadinanza non si regala. Certo, non si regala ma neanche si acquista a titolo oneroso (al “prezzo della integrazione” per esempio), perché essa non è una merce. 

La cittadinanza è uno strumento giuridico, mediante il quale lo Stato riconosce l’appartenenza di una persona alla propria comunità politica. Una comunità politica che si basa su rapporti. Appartenenza ad un passato, ad un presente ad un destino comune. Adottando solo lo ius soli lo Stato può decretare che sono straniere le persone che, nonostante nate e residenti all’estero, hanno mantenuto un rapporto con l’Italia. 

Adottando solo lo ius sanguinis lo Stato può decretare che sono straniere le persone nate, educate, che lavorano e resiedono in Italia perché figli di immigrati. Se fa così è uno Stato autoritario. In un mondo che cambia , sempre più globalizzato, ius sanguinis e uis soli non sono nemici, sono complementari. 

C’è però il pericolo di pensare che il riconoscimento della cittadinanza sia la soluzione a tutti i problemi. Il riconoscimento della cittadinanza è solo l’inizio. Ben lo sappiamo noi cittadini italiani all’estero che nonostante “cittadini” siamo ad anni luce da una vera integrazione alla comunità politica italiana. Al punto che c’è sempre chi pensa che noi non siamo più italiani, e che pertanto non abbiamo diritti alcuni. 

Impostare la discussione in termini di contrapposizione tra “immigrati in Italia” ed “emigrati all’estero” è falsa e negativa. La problematica degli immigrati in Italia e di loro discendenti e quella delle emigrati all’estero e i loro discendenti non sono problematiche “nemiche”. Tutt’altro ,sono complementari. Tutti i due “mondi” hanno bisogno di una identica politica: una politica di integrazione reale alla comunità politica italiana. 

Di raggiungimento degli stessi diritti e doveri. 

Nonostante la quasi totalità dei parlamentari eletti all’estero abbiano dato la fiducia a questo governo, non abbiamo nessun italiano all’estero tra i ministri e sottosegretari, segnale che noi italiani all’estero continuiamo ad essere ignorati. Ma che ci sia un ministro dell’Integrazione di origine congolese, in un governo di coalizione tra le principali forze politiche italiane può essere anche una buona notizia per noi italiani all’estero: se i nostri parlamentari insieme al Cgie riescono a coinvolgere la Ministro Kyenge nelle nostre problematiche,sì proprio lei che come noi è una emigrata, può diventare un ulteriore nostro interlocutore nel Governo.(Mariano R. Gazzola*/Inform) 

*Consigliere Cgie, coordinatore Maie Argentina

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