SINDACATI
Da SPInternazionale del 27 maggio 2013
Uomini in cambio di
carbone
MARCINELLE - Il 16 maggio una delegazione dello Spi-Cgil nazionale si è recata alla miniera di Marcinelle, in Belgio, simbolo della nostra emigrazione e della morte in miniera
No. Non c’è ripetizione, né ridondanza, né retorica. Quando vai lì senti ancora tutto il peso della tragedia, il dolore sospeso nell’aria, la sofferenza che non è solo memoria, ma coscienza di quanto può essere inumano un lavoro, ingiusto il prezzo da pagare per vivere.
E non importa se sono passati quasi sessant’anni da quell’8 agosto 1956, quando la miniera di carbone Bois du Cazier si divorò la vita di 262 dei 274 minatori al lavoro. Provenivano da 12 nazionalità diverse e, di questi, 136 erano italiani.
“La nostra era una miniera di terzo livello”, racconta Urbano, 78 anni, originario di Pesaro, che nella miniera ci ha lavorato dai 18 ai 32 anni, fino a quando è stata chiusa. Quel giorno lui al lavoro non c’era, perché era agosto ed era in ferie. Sarebbe rientrato solo il giorno dopo.
Ora è presidente dell’associazione delle vittime della tragedia. Ci ha ricevuto con gli abiti di lavoro di un tempo. L’elmetto e la lampada da minatore. Quella con la quale scendevano sottoterra, portati giù da un montacarichi che in tre minuti sprofondava in un pozzo profondo più di 1.200 metri. Ad attenderli i vagoni di un trenino che attraverso la galleria principale li portava nelle viscere della terra, al luogo di lavoro vero e proprio, 4-5 chilometri più in là. Un turno di otto ore per scavare carbone per un lotto minimo di un metro di altezza, per tre metri di lunghezza e un altro metro di profondità, cioè “la minima” che dovevi fare per garantirti la paga, se facevi di più prendevi di più.
“Perché bois significa legno – prosegue Urbano – e la nostra era una miniera dove la maggior parte delle strutture era il legno. La più pericolosa, appunto di terzo livello. Se come le altre avesse avuto traversine, impianti e rotaie in ferro tutto questo non sarebbe successo. Al massimo sarebbe bruciato un po’ di grasso o di olio, non tutta la miniera”.
Ed è tutta la miniera che brucia quando, poco dopo le otto di mattina di quel mattino di 57 anni fa, un vagoncino trancia un tubo dell’olio e cavi elettrici, le cui scintille daranno il via all’incendio, proprio nel condotto che porta l’aria nel sottosuolo. Per giorni il fumo nero, denso e acre, che uscirà dalla miniera sarà quello che a più di mille metri di profondità ha già attraversato per chilometri tutte le gallerie, con il suo calore insostenibile, la sua assenza di ossigeno, i suoi veleni letali che riempiranno la bocca, il naso e i polmoni dei minatori al lavoro.
Eppure tutto era iniziato come una grande opportunità, con l’Accordo del giugno ’46 tra i governi di Roma e Bruxelles, che prevedeva lo scambio tra uomini e carbone. Una Italia
alla fame e devastata dalla guerra si impegnava a mandare nelle miniere del Belgio almeno cinquantamila minatori, in cambio di 2.500 tonnellate di carbone ogni mille di loro.
Saranno alla fine duecentomila gli italiani che, da tutte le nostre regioni, emigreranno verso il Belgio. E più di un migliaio quelli che tra il 1946 e il 1958 moriranno nelle miniere della Vallonia e dell' Heinault. (SPInternazionale /Inform)
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