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venerdì 10 maggio 2013

Il teatro per la pace


RASSEGNA STAMPA
Da “Calabria Ora” del 5.5.2013
Il teatro per la pace

«La fondazione si impegna a favorire l’incontro il dialogo e la conoscenza reciproca tra ragazzi e ragazze di culture, etnie e religioni diverse. Così le nuove generazioni diventano amiche». «La pace è una meta alla portata delle giovani generazioni non delle prossime non di quelle lontane nel tempo. È compito nostro educare i ragazzi affinché le loro speranze si realizzino»

Milano Marittima ha appena ospitato l’edizione 2013 del Moked, un evento nazionale articolato in una serie di convegni riguardanti la cultura e l’identità dell’ebraismo italiano. Tanti gli ospiti internazionali accorsi per discutere sul tema “Stare insieme tra diversi”, tra cui l’ambasciatore israeliano Naor Gilon e la candidata al premio Nobel per la Pace Edna Angelica Calò Livné. 

Quest’ultima è particolarmente affezionata alla Calabria, un legame riaffermato anni fa anche con una menzione speciale in occasione del “Premio Grinzane Carical” di Cosenza. Romana di nascita e cosmopolita per vocazione, il suo operato è già noto all’opinione pubblica mondiale. Per l’occasione, Calabria Ora era lì e propone oggi ai suoi lettori un’intervista con una delle donne che ha contribuito a cambiare e migliorare la società ed il mondo in cui viviamo. 

«L’essenza del progetto in cui sono impegnata può essere racchiusa in una semplice frase, ossia, il teatro come strumento per educare alla pace. Quel che facciamo può sembrare un niente, ma in realtà è tutto. La fondazione si impegna unicamente a favorire l’incontro, il dialogo e la conoscenza reciproca tra ragazzi e ragazze di culture, etnie e religioni diverse. In questo modo le nuove generazioni diventano amiche tra loro e si instaura un clima di comprensione, serenità e fiducia. Requisiti questi essenziali e fondamentali affinché la pace possa essere sin da subito una realtà concreta e non solo una speranza o un sogno lontano - sostiene Calò Livné - Le difficoltà esistono, ma più che un’avversità, rappresentano sfide e risorse. Nella nostra scuola di teatro, musica, arte e danza convivono palestinesi, cristiani, israeliani, mussulmani, arabi ed ebrei. Tutti unici e stupendi, accomunati dalla loro giovane età e dal vivere in un contesto difficile come quello israeliano palestinese e mediorientale in genere. Se ci si conosce, l’odio cessa, cedendo il passo alla speranza. Da qui si può iniziare a costruire insieme un futuro migliore. Questo è il credo che ci sostiene». La fondazione coordinata da Calò Livné si chiama “Beresheet LaShalom”, frase ebraica traducibile in “un inizio per la pace”. 

Il teatro dell’organizzazione si trova nelle colline della Galilea, in un Kibbutz chiamato Sasa, Il luogo in cui la fondazione ha sede non è stato scelto a caso. Il Kibbutz è un insediamento basato sulla vita agricole e di comunità, in cui si enfatizza il lavoro comune. 

«La pace è una meta alla portata delle giovani generazioni, non delle prossime, non di quelle lontane nel tempo, ma proprio di quelle stesse generazioni di ragazze e ragazzi che stanno crescendo in questo preciso istante. È compito nostro educarli affinché le loro speranze si realizzino - spiega Calò Livné - Col teatro, nella danza e durante la scrittura dei copioni emergono le aspettative ed i timori di questi piccoli miracoli umani. Ascolto un ragazzo arabo ed il suo sogno è quello di potere un giorno viaggiare liberamente dal Libano all’Egitto, senza controlli e senza barriere. Proprio lo stesso sogno dei giovani europei prima della creazione dell’Unione. Parlo con un ragazza ebrea e mi confida come il suo più grande sogno sia quello di potere presto vivere in una terra dove la bontà e l’abbondanza regnino grazie alla collaborazione e dall’amicizia col prossimo, senza odio, prevaricazione e disprezzo». 

Durante il Moked, Calò Livné ha mostrato come il miracolo della fratellanza interculturale, interetnica ed interreligiosa sia possibile ed avvenga ogni giorno, proprio in una delle terre forse più dure e difficili del nostro pianeta. 

Un ragazzo israeliano odiava arabi, palestinesi e mussulmani. Suo fratello era stato ferito in un’azione di guerra e da dieci anni è in coma. L’odio di questo ragazzo è profondo, umano, forse anche giustificabile. “Beresheet LaShalom” ha coinvolto il giovane israeliano in un progetto teatrale a fianco di coloro che di più al mondo odiava. Ha conosciuto il “nemico” ed ha capito come l’unico male sia solo la guerra stessa. Quel ragazzo oggi non odia più il suo prossimo. 

Un’altra ragazza palestinese, troppo giovane per ricordare gli aspri conflitti, ha subito attraverso una cultura fondata sul risentimento, tutto il male ed il rancore del passato, trincerandosi in se stessa e creando attorno a sé un muro invalicabile costruito da pregiudizio e disprezzo. Grazie a “Beresheet LaShalom” quella ragazza ha capito come ebrei ed israeliani non siano diversi da lei, ma dei suoi coetanei con le stesse paure e la stessa volontà di vivere in pace, sicurezza e tranquillità. Quella ragazza oggi non odia più il suo prossimo. Sono tante le storie come queste, ogni portatore di pace, formato dalla scuola di Edna Angelica Calò Livné, è a sua volta promotore di questo nobile ideale. Uno ne educa dieci, dieci cento. Di questo passo la terra promessa sarà presto realtà ed a prescindere dal Nobel, Edna ha già ricevuto il premio ed il riconoscimento più alto che l’umanità conosca. Quello delle giovani generazioni. (Francesco Ventura - Calabria Ora del 5 maggio 2013)

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