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giovedì 3 ottobre 2013

Rapporto Italiani nel Mondo -L’intervento di mons. Francesco Montenegro


DOCUMENTAZIONE
Rapporto Italiani nel Mondo 2013
L’intervento di mons. Francesco Montenegro, arcivescovo di Agrigento, presidente della Fondazione Migrantes

Questa è la prima occasione ufficiale in cui rappresento la Fondazione Migrantes da Presidente, una elezione avvenuta solo pochi mesi fa.
La cosa che mi sorprende è che mi ritrovo a rappresentarla per una realtà dalla quale mi sento fortemente lontano e profondamente coinvolto. Lontano perché in tutti questi ultimi mesi mi sono occupato prevalentemente di immigrazione in Italia e coinvolto perché sono siciliano e quindi vivo costantemente e da sempre il fenomeno della mobilità italiana guardando alle tante partenze dai territori siciliani , in particolare dall’agrigentino, in cui ogni giorno opero e vivo.
Brevemente vorrei introdurvi ai lavori di questa giornata di presentazione dell’ottavo “Rapporto Italiani nel Mondo” della Migrantes ponendo l’attenzione su alcuni elementi per me, quest’oggi, importanti.

1. È una giornata dedicata alla emigrazione italiana, ma questo non significa solo riflessione sul nostro Paese, bensì, allo stesso tempo, su più aspetti: ovvero la storia dell’Italia; il presente dell’Italia; la mobilità che è stata emigrazione poi immigrazione e che oggi è, allo stesso tempo, ancora emigrazione e immigrazione. L’Italia è cambiata grazie a questi movimenti dal sud al nord della Penisola e verso l’estero, ma anche dall’estero in Italia. La multiculturalità oggi fa parte del nostro Paese ma noi siamo stati tra i primi a produrla ad essere cioè portatori di multiculturalità. Oggi riflettere sull’emigrazione significa quindi parlare di che persone siamo e ciascuno di noi è, in virtù dei percorsi che si sono tracciati nelle nostre storie familiari caratterizzati da spostamenti in alcuni casi lunghi centinaia di migliaia di chilometri, in altri meno.

2. Un secondo elemento sul quale vorrei soffermarmi sono i cento anni, che ricorreranno a partire dal gennaio 2014, della Giornata Mondiale delle Migrazioni voluta da Pio X nel 1914 e celebrata per la prima volta nel 1915, sotto il Pontificato di Benedetto XV. Oggi questa giornata è quanto mai attuale ed è sorprendente considerare quanto sia ritornata nuovamente in auge la preoccupazione per la mobilità italiana. Proprio per le tante partenze nel 1914 dovute alla 1 guerra mondiale, il Pontefice volle una giornata per sostenere i molti profughi che rientravano in Italia dai Paesi in cui erano emigrati e un luogo di formazione del clero diocesano, il Collegio per le migrazioni, chiamato a seguire i migranti. Il Collegio fu sistemato a Roma nel palazzo di via Scrofa 50, una sede donata dallo stesso Pio X. Un clero formato, sacerdoti che imparassero ad essere guide “morali e spirituali” dei migranti: era questo l’obiettivo del Pontefice.
Attualmente ci ritroviamo con le stesse esigenze dopo un secolo. Ci sono 22 guerre in atto, l’ultima è la guerra in Siria, che creano rifugiati e richiedenti asilo. Lampedusa, Siracusa sono oggi due luoghi simbolo di questa ‘fuga’, ma anche di un nuovo approdo.
La società cambia ma il destino migrante dell’uomo resta ed ecco che la Chiesa anche oggi si interroga su quale sia il ruolo delle comunità, laici e sacerdoti, accanto a quegli uomini e a quelle donne che lasciano la propria casa alla ricerca di una situazione migliore per loro, le loro famiglie, i loro figli.

3. La Chiesa ha in questo momento una priorità che è allo stesso tempo una preoccupazione pastorale: le nuove emigrazioni giovanili. Lo sentiremo tra poco: gli italiani emigrano oggi massicciamente e i giovani sono i protagonisti principali. Cosa la Chiesa è chiamata a fare? Non basta la sola assistenza morale e spirituale. La Chiesa deve essere compagna di vita per ciascuno di loro, la parrocchia una casa. Uno degli ambiti imprescindibili consiste in una autentica formazione al fine di vivere nella verità e nella carità che porti all’amore e alla cura dell’altro, profondo compito di spirito cristiano e sociale.

4. Vivere nella multiculturalità e nella pluralità. Il luogo in cui esplicare questa vita è la Chiesa. Non è sbagliato affermare che il rapporto tra le Chiese in Europa e nel mondo è nato proprio grazie ai movimenti migratori e gli italiani in questo hanno avuto un ruolo importante. La stessa Rerum Novarum nel 1891 parlava del Novecento come del secolo delle migrazioni, cosa che è effettivamente avvenuta e che permane ancora oggi. Un uomo, una donna emigrano con tutto ciò che sono e quindi anche con la loro profonda appartenenza di fede. Quanto detto è ancora più realizzabile in un momento storico in cui il dialogo è facilitato dai mezzi di comunicazione messi a nostra disposizione, quegli stessi strumenti che hanno reso possibile il 7 settembre scorso, ad esempio, che il papa fosse “presente” in diretta web in tutti i luoghi in cui si sono raccolti i milioni di fedeli in tutto il Mondo compresi i territori vittime dei conflitti di guerra. Una Chiesa che unisce i diversi luoghi del mondo dunque, che agevola sostiene e rinforza l’incontro tra le persone nell’ottica degli insegnamenti del Concilio Vaticano II che sottolineano come l’educazione all’incontro e il dialogo interreligioso siano gli strumenti che ogni fedele deve avere con sé nella vita di ogni giorno. Solo così l’altro diventa ricerca e scoperta di Dio nell’incontro.

5. La vita vissuta alla luce degli insegnamenti del Concilio è ciò che diventa prioritario per i nostri sacerdoti impegnati nelle migrazioni e per la mobilità. A tal proposito sottolineo il ruolo svolto dalle Missioni Cattoliche Italiane, che fin dall’inizio della vicenda migratoria sono state un presidio per i connazionali. L’attenzione della Chiesa per i migranti si riferisce non solo alla evangelizzazione e amministrazione dei sacramenti né si limita a sollevare le sofferenze e i disagi con l’assistenza caritativa, ma comprende la promozione dei diritti umani e della giustizia verso ogni persona, di cui la cittadinanza è uno strumento. La cura pastorale della Chiesa per i diritti degli emigranti è radicata nella nota della cattolicità della Chiesa, che è un segno e strumento dell’unità della famiglia umana. Nella varietà delle tante realtà che la compongono vede esaltata la sua universalità, col superamento di ogni forma di etnocentrismo e la realizzazione della convivialità delle differenze, come ricorda l’Istruzione pontificia La carità di Cristo verso i migranti 2004 nn.16-17.

Dal volume io ho personalmente imparato molto e non entro nei contenuti che lascio a chi è sicuramente più adatto avendoci lavorato a lungo e con meticolosità. A tale proposito, ringrazio tutti i presenti per essere intervenuti in questa occasione. Ringrazio i relatori che hanno risposto con entusiasmo e simpatia al nostro invito qui oggi e che ci regaleranno la loro profonda e preziosa professionalità ed esperienza. Ringrazio i membri del Comitato Promotore del Rapporto Italiani nel Mondo per il sostegno che assicurano sin dal 2006 a questa iniziativa; ringrazio i membri della Commissione Scientifica per le illuminanti proposte e ringrazio tutti gli autori per la professionalità messa al servizio della Migrantes, ma soprattutto degli emigranti. Possano queste ore che trascorreremo insieme essere un momento di riflessione su questo tema così caro al nostro Paese, ma soprattutto sia l’inizio di nuove collaborazioni e lavori sempre più sistematici e arricchenti finalizzati alla interpretazione della realtà - sicuramente complessa - nella quale ci troviamo a vivere ma della quale molte volte si dimentica la grande opportunità di incontro e conoscenza che sono date dalla pluralità. (Inform)

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