SALUTE - MIGRAZIONI - RIFUGIATI
I tanti volti delle “Rotte del mondo”
Le testimonianze di Alganesh Fessaha e di padre Mario
Benedetti
TRENTO - Testimonianze molto
forti, molto toccanti, quelle ascoltate ieri nel corso dell'incontro delle
Rotte del Mondo dedicato al tema della salute dei migranti. In particolare
quella di Alganesh Fessaha, dell'organizzazione non-governativa Ghandi, che ha
raccontato del suo impegno in Egitto per liberare chi emigra clandestinamente
dai paesi del Corno d'Africa attraverso il deserto, in particolare suoi
connazionali eritrei che finiscono nelle mani di bande di beduini. Chi riesce a
sfuggire ai "trafficanti di uomini" finisce nelle carceri egiziane, e
spesso anche in quelle Israeliane, e la sua sorte è solo di poco migliore. La
Provincia e l'Arcidiocesi di Trento, in collaborazione con un sacerdote
trentino, don Dario Depretis, attivarono qualche tempo fa un progetto di
emergenza per liberare quasi 450 cittadini eritrei (che fuggivano dalla
dittatura che governa il loro paese) ottenendo che venissero trasferiti in un
campo profughi in Etiopia, paese che ha offerto la sua collaborazione. Ma
l'emergenza, purtroppo, non finisce mai, perché non cessa il flusso di chi
cerca di raggiungere l'Europa attraversando i deserti dell'Africa. Una tragedia
meno nota di quella delle "carrette" del mare, ma non meno terribile.
Testimonianze molto forti,
esperienze molto dure e spesso poco documentate dagli stessi media, quelle che
si sono ascoltate nel corso della quarta giornata della manifestazione
"Sulle rotte del mondo". Il tradizionale incontro pubblico - moderato
ieri da Pierangelo Giovanetti, direttore de L'Adige - si è aperto con la
presentazione, da parte di Anna Dalprà, di un'iniziativa del Santa Chiara che
si terrà il prossimo 16 novembre, dedicata alle problematiche dei pazienti
stranieri in dialisi peritoneale. Verranno affrontati i problemi
"tipici" che si pongono nel rapporto medico-paziente quanto il
secondo è straniero: quelli di natura linguistica ma anche quelli culturali e
relazionali, nella consapevolezza di quanto sia importante creare un clima di
fiducia per avviare un rapporto favorevole e proficuo per entrambi.
Il dottor Roberto Bonmassari,
cardiologo, ha illustrato invece un progetto per la formazione in Zimbabwe di
personale specializzato, partito un anno fa. L'impulso era arrivato da un altro
medico trentino, Carlo Spagnolli, che nel paese dell'Africa australe ha aperto
l'ospedale missionario di Mutoko. In Zimbabwe c'è una carenza gravissima nel
settore del trattamento delle cardiopatie (lo stesso Spagnolli ne ha fatte le
spese lo scorso anno, quando è stato colpito da una crisi cardiaca che ha
potuto affrontare solo rientrando in Italia). Nessun ospedale del Paese, che
conta 11 milioni di abitanti, ha una unità di terapia intensiva per curare i
pazienti infartuati. Grazie al supporto degli ospedali di Trento e Rovereto,
nonché di Lifeline Dolomites e della Provincia, si sta creando una prima unità
di crisi, presso un un ospedale pubblico. C'è bisogno ovviamente di
attrezzature e macchinari, che arriveranno entro la fine dell'anno, ma anche e
soprattutto di personale locale che sappia adoperarli. Un medico e due
infermieri dello Zimbabwe verranno in Trentino a breve per la formazione. Poi a
gennaio si avvierà l'unità di crisi.
E' stata poi la volta delle due
testimonianze più "dure": la prima, quella di padre Mario Benedetti,
missionario comboniano di Segonzano in Sud Sudan. Da alcuni anni padre
Benedetti vive in un campo profughi sudanese, dove hanno trovato rifugio 3.000
persone di etnia Azande in fuga dalle incursioni e dalle violenze dello Lra, il
cosiddetto "Esercito di liberazione del Signore", una formazione
ribelle che opera nel nord dell'Uganda e nel vicino Congo, rapendo i bambini e
trasformandoli in soldati. Lo Lra ha distrutto fra l'altro la missione in cui
operava in precedenza padre Benedetti. Come vivono questi profughi? Assistiti
da ONU e Caritas, la loro condizione di vita è comunque molto precaria e
difficile, in particolare sotto il profilo sanitario. Si consideri fra l'altro
che i campi profughi sono stati allestiti in Sud Sudan, paese non certo ricco,
a lungo devastato a sua volta dalla guerra e divenuto solo due anni fa il più
"recente" stato indipendente dell'Africa.
La seconda testimonianza è stata
quella di Alganesh Fessaha, che da vent'anni non torna nel suo Paese,
l'Eritrea, perché inserita nella lista degli "indesiderati" compilata
dal regime. Dalla Fessaha è venuto innanzitutto un grande ringraziamento al
Trentino per avere contribuito a liberare 420 persone, in gran parte dalle carceri
egiziane (in particolare gestendo la fase del loro trasferimento dalla
scarcerazione al campo di accoglienza Onu in Etiopia). Si tratta di migranti
clandestini che fuggono dall'Eritrea e, nell'attraversare il deserto per
raggiungere le sponde del Mediterraneo, vengono spesso rapiti dai mercanti di
uomini - e di organi - oppure imprigionati dalle stesse autorità dei paesi che
attraversano. E' questa una nuova forma di schiavismo, che a volte non
risparmia nemmeno i campi profughi, oggetto di incursioni dei mercanti di
schiavi, i quali arrivano poi a chiedere fino a 50.000 dollari alle famiglie
per riavere i loro congiunti. "Migliaia di persone muoiono nel deserto,
abbandonate dai beduini - ha detto la relatrice - perché non ce la fanno.
Abbiamo trovato corpi a cui mancavano gli organi. In Egitto, in particolare nel
deserto del Sinai, la situazione è difficilissima. A quanto ci risulta
attualmente in mano ai beduini ci sono 180 persone. Poi ci sono coloro che
vengono arrestati e incarcerati dall'esercito egiziano. Non è diversa la sorte
di quelli che riescono a raggiungere Israele. Ci sono circa 50.000 migranti
africani nel paese, e solo a 300 di essi è stato riconosciuto lo status di
profughi, gli altri sono classificati come 'infiltrati', vengono incarcerati e
poi rispediti nei paesi di origine. Di quelli che vengono rispediti in Eritrea
o in Sudan poi spesso non si sa più nulla".
Paulo Lima,
"educomunicatore" che coordina i gruppi giovani che in questi giorni
si incontrano per discutere le tematiche di questa edizione delle Rotte, ha
introdotto infine Dinka Amorim, originario dell'arcipelago di Sao Tome e
Principe, nel Golfo di Guinea, che sta portando avanti a Lisbona in progetto
per la prevenzione dell'aids rivolto ai migranti (in Portogallo è molto forte
soprattutto la presenza di cittadini provenienti dalle ex-colonie di Mozambico,
Angola e Guinea Bissau).
Questo pomeriggio nella sala Belli
della Provincia l'ultimo incontro di questa edizione, dedicato al tema "le
grandi epidemie". E stasera alle 20.30 all'auditorium Santa Chiara la
serata di chiusura con la Corale Altreterre e il saluto del Trentino ai
missionari, ai volontari, agli esperti che hanno animato queste giornate.
(Inform)
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