CINEMA
Un articolo di Carlo Di Stanislao
Parte Toronto con
sette italiani
E’ partito ieri e si concluderà il 15 settembre, con un programma di
ben 366 film (di cui 146 in prima mondiale), da 70 differenti
paesi, il Toronto International Film Festival (TIFF), che cade in
sovrapposizione con Venezia (e un po’ lo scolora), perché storicamente si apre
il martedì successivo al Labour Day (quindi la partenza è addirittura ritardata
di 48 ore), con la rassegna, come al solito, nelle zone centrali di Bay e
Bloor, ricche di cinema multisala e hotel di lusso. Il Festival ha avuto inizio
nel 1976 al Windsor Arms Hotel e nelle ultime edizioni sono state create
due sezioni per rappresentare le pellicole canadesi.
Il direttore è Piers Handling, cinefilo raffinato ed ottimo
organizzatore, che ne ha fatto il Festival più importante, quanto a
distribuzione, nel mondo.
Tra le anteprime mondiali, la pellicola più attesa è “12 Years a
Slave”, ultima fatica dell'inglese Steve McQueen, con un cast d'eccezione: Brad
Pitt, Michael Fassbender, Chiwetel Ejiofor, Paul Giamatti e Quvenzhané Wallis.
Altri grandi autori selezionati sono Ron Howard (“Rush”, sul duello
automobilistico tra Niki Lauda e James Hunt), Atom Egoyan (“Devil's Knot”),
Jason Reitman (“Labor Day”), Kevin MacDonald (“How I Live Now”) e il filippino
Brillante Mendoza (“Sapi”).
Grande interesse suscita “Attila Marcel”, esordio in live action per
il maestro dell'animazione francese Sylvain Chomet, regista di “Appuntamento a
Belleville” (2006) e “L'illusionista” (2010).
Sette i film italiani presenti, con tre anteprime ed un record
assoluto sul numero totale.
A capitanare le world premiere sarà ''Anni felici'' di Daniele
Luchetti che, insieme a ''L'intrepido'' di Gianni Amelio e ''La grande
bellezza'' di Paolo Sorrentino, verrà programmato nella sezione Special
Presentation. Sono due esordi invece le altre anteprime, a testimoniare
l'attenzione e la sensibilità che Piers Handling dimostra verso il nostro
cinema. Si tratta dell'attesa opera prima di Fabio Mollo, ''ll sud è niente'',
che sullo Stretto di Messina mette in scena un'intensa storia di sentimenti e
speranze, prodotto da B24 Film ed interpretato da Vinicio Marchioni e
Valentina Lodovini e, sempre con una forte indicazione geografica, l'altro
esordio, ''Border'', di Alessio Cremonini, prodotto dalla Good Films, tratto da
una storia vera, che racconta l'esistenza di due sorelle siriane che, per
sopravvivere alla guerra tra le forze di polizia e gli Shabiha, sono costrette
a fuggire verso il confine con la Turchia.
Completano la selezione italiana ''Stop the Pounding Heart'' di
Roberto Minervini, italiano trapiantato negli USA, già presentato fuori
concorso a Cannes e, quasi in contemporanea con la Mostra del Cinema di
Venezia, ''Che strano chiamarsi Federico!'' di Ettore Scola, che verrà
presentato nella prestigiosa sezione Masters.
Infine, all'interno delle Special Presentations, il film “Enough Said”
di Nicole Holofcener, ultima prova dell'attore James Gandolfini, scomparso lo
scorso giugno, protagonista de “I Soprano”, serie televisiva statunitense
prodotta dall'emittente HBO, trasmessa in USA nell'arco di sei stagioni, dal
1999 al 2007, che sintetizza e rivisita tre quarti di secolo d’immaginario
letterario, cinematografico e televisivo sulla mafia italo-americana,
proponendo, al tempo stesso, uno spietato ritratto a tutto tondo della società
statunitense contemporanea.
Punto di svolta – assieme alla coeva Sex and the City – nella storia
di successo della cable-tv HBO, premiata con cinque Golden Globe e ben ventuno
Emmy, è uno dei simboli della nuova golden age della produzione televisiva
americana, un riuscitissimo connubio tra dramma familiare e anti-epica
gangster, perfettamente in bilico tra commedia di caratteri e tragicità
shakespearia.
Regista del pilot della serie di Terence Winter, il maestro della New
Hollywood che fin dalla’inizio mostra la dichiarata filiazione dalla “trilogia
mafiosa” di Scorsese – dal giovanile Mean Streets (1973) ai classici della
maturità Quei bravi ragazzi e Casinò (1995). Protagonista della serie, nel
ruolo di Tony Soprano, appunto James Gandolfini, premiato per il ruolo con un
Golden Globe e tre Emmy, irraggiungibile nel mascherare la propria attività di
boss sotto la vacillante facciata d’imprenditore dello smaltimento rifiuti.
Mafioso per imposizione ereditaria, più che per indole, Tony inizia a
esercitare il proprio ruolo con astuzia e ferocia, restando, d’altra parte,
debole, scostante, insicuro – e a tratti meschino – all’interno delle mura
domestiche.
Ma Gandolfini, per quanto legato all'iconico boss della famiglia
mafiosa più famosa dello spettacolo dopo quella di Don Vito Corleone, ha saputo
anche brillare sul grande schermo. Il suo nome è infatti legato a pellicole di
grande successo, come di recente il candidato al premio Oscar Zero Dark Thirty,
oppure il notevole Get Shorty o ancora l'indimenticabile True Romance (diretto
da Tony Scott). È stato poi “l'avversario”di Julia Roberts e Brad Pitt in The
Mexican, ha recitato nel pluriacclamato Killing Them Softly mentre devono
ancora uscire in Italia gli ultimi due film cui ha preso parte: The Incredible
Burts Wonderstone e Violet and Daisy. E’ morto improvvisamente a Roma,
stroncato da un infarto, a soli 51 anni, lui nato in New Jersey da genitori
italoamericani, nel Paese che fra tutti più amava.
Nella sua ultima prova (poco più di un cammeo), “Enough Said” del
regista e scrittore a Nicole Holofcener, è straordinario nel dare leggerezza ad
un personaggio importante, aiutando in modo essenziale il film ad essere una
commedia drammatica sull'amore, la morte e il senso di colpa.
Per tornare a Toronto, il suo Festival si conferma, uno dei mercati
cinematografici più significativi ed insieme una kermesse molto filo-italiano,
con da un lato un eccezionale numero di operatori industry provenienti da tutto
il mondo e dall’altro la partecipazione dell’ Istituto Luce Cinecittà
nella direzione artistica.
Per i cinefili sono molti gli altri film da non perdere: dal thriller
Prisoners, con la coppia Gyllenhaal/Jackman, al film su Wikileaks con Benedict
Cumberbatch, Il quinto potere, dall’horror con Daniel Racliffe (in versione
“cornuta”) Horns, alla “porno-comedy” Don Jon, prima regia di Joseph
Gordon-Levitt, con protagonista Scarlett Johansson, all’irresistibile
melò con la coppia da urlo Colin Firth-Nicole Kidman, The Railway Man,
all’esperimendo di dramedy “doppia”, The Disappearence of Eleanor Rigby, con
Jessica Chastain e James McAvoy (la medesima storia messa in scena dal punto di
vista di lui e di lei – due film uguali e opposti, proposti in sequenza),
all’horror di Eli Roth, attesissimo, The Green Inferno, con cui l’autore di
Hostel omaggia il mitico Cannibal Holocaust di Ruggero Deodato
(1980): un film giudicato male dalla critica ed invece capolavoro di
splatter, con una seconda parte, dal titolo The Green Inferno, con la
proiezione dei materiali recuperati, in perfetto stile pre-found footage,
estremamente interessante.
Un film di denuncia e di parodia del voyeurismo, con uno dei reporter
protagonista che muore perché non riesce a staccarsi dalla cinepresa nemmeno
nella situazione di pericolo estremo, filmando il massacro dei propri colleghi.
Una vendetta sadica, un’epurazione punitiva quasi tarantiniana nei
confronti di un manipolo di inglorious bastards:, con una colonna sonora soave
di Riz Ortolani che ha un main theme strappato allo Schiaccianoci, un commento
di truculenze dei massacri, con la forza della beffarda ironia. Un capolavoro,
ingiustamente trascurato, come L’Occhio che uccide di Michael Powel (1960), un
film molto amato dal nostro Gianni Amelio, considerato centrale per il suo
cinema, come i più famosi La bestia umana (Human desire, 1934) di Fritz Lang,
come La foglie al vento (Written on the wind, 1956) di Douglas Sirk e Mogli
pericolose (1958) di Luigi Comencini, ma anche La vendetta del gangster
(Underworld U.S.A., 1961) di Samuel Fuller, un regista che Amelio
incontrò, conosciuto per anni come un feroce anticomunista, ma che in
realtà era soprattutto un reietto di Hollywood, un maledetto, capace di film
neri come questo, che orientati sul binario dell’ingiustizia punita con la
vendetta, alla fine lasciano la mano dello spettatore per schiaffeggiarlo
violentemente offrendo sì il finale sperato (la vendetta), ma aggiungendovi la
morte dell’eroe o antieroe prima che la vendetta sia effettivamente completata
davanti ai suoi occhi.
Nella sezione che il Bergamo Film Meeting 1999 dedicò a Gianni Amelio,
curata da Sergio Gatti, si disse molto chiaramente che, nel caso di Amelio e di
molti altri registi italiani di oggi, si fa spesso riferimento al Neorealismo,
Rossellini, De Sica: citazioni che non sono sbagliate, ma nemmeno le sole
possibili, non le uniche in assoluto. Non dimentichiamo che la più parte dei
migliori registi di queste ultime generazioni, prima di tutto sono divoratori
onnivori di cinema, cinefili o più meravigliosamente amanti del cinema,
anche (ed anzi spesso) dei misconosciuti B-Movies, da cui traggono forte
ispirazione.
Questo Piers Handling (selezionatore a Cannes, autore di monografie
fondamentali su David Cronenberg e Don Shebib e che cura il TIFF dal 1994) lo
sa e costruisce da sempre un Festival sul cinema e non solo su quello paludato.
(Carlo Di Stanislao*-Inform)
* Presidente dell’Istituto Cinematografico “La Lanterna
Magica”dell’Aquila
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