RASSEGNA STAMPA
Da “La Stampa.it” del 9/9/2013
Parla Piccinin,
rapito con Quirico:”Domenico subì due false esecuzioni. Lunga e terribile
odissea nel Paese”
“Abbiamo
tentato due volte la fuga” e subìto “Giochi crudeli”. “Ci trattavano come
occidentali, cristiani, con grande disprezzo. Certi giorni non ci davano da
mangiare”
BRUXELLES -C’è stato anche il tempo della disperazione vera, i minuti
in cui tutto sembrava perduto, quelli dei «giochi crudeli», come li chiama
Pierre Piccinin. «Domenico ha subito due finte esecuzioni con una pistola» -,
racconta al telefono Pierre Piccinin, di prima mattina. Non solo. L’«odissea
tremenda» siriana del professore belga e dell’inviato de la Stampa è fatta
anche di due tentativi di evasione. «Una volta abbiamo cercato di profittare
del momento della preghiera - rivela -. Ci siamo impossessati di due kalashnikov
e siamo fuggiti nella campagna per due giorni. Poi ci hanno ripreso e siano
stati puniti molto severamente». Non era la prima volta. Tutta la storia dei
cinque mesi di prigionia è stata segnata da «violenze fisiche molto dure».
Nonostante tutto, Pierre Piccinin oggi ha la voce di un giorno
normale. E’ rientrato alle 5 e 40 del mattino all’aeroporto militare di
Bruxelles, accolto dal saluto del premier Elio Di Rupo, che ha avuto parole di
grande elogio per il lavoro delle autorità italiane e la Farnesina. Ha 40 anni,
insegna all’Ateneo Reale di Philippeville, nel Belgio meridionale. E’
appassionato da sempre di storia e di politica, autore di numerosi libri basi
sulle sue testimonianze dirette, è di origine italiana. Suo nonno, un
socialista, si chiamava Enrico. Lasciò Pordenone nel 1927 per sfuggire ai
fascisti. Dopo la guerra, non è tornato a casa.
«Ci sono incontrati a un convegno a Torino, con Domenico», racconta
Pierre: «E’ un giornalista straordinario, un grande conoscitore delle primavere
arabe e degli intrecci mediorientali. Insieme abbiamo fatto otto viaggi in
Siria, nel corso dei quali abbiamo visto cambiare la rivoluzione. All’inizio
era un movimento democratico. Poi lo spirito positivo è evaporato, e tutto si è
ridotto al tentativo di trarre il meglio per sé da queste drammatiche
circostanze».
Piccinin ammette che le cose, in Siria, sono cambiate più in fretta di
quanto potesse aspettarsi. «In assenza del sostegno dell’occidente - confessa -
i movimenti rivoluzionari sono stati gradualmente sostituti da cellule
fondamentaliste islamiche, nelle quali sono confluiti anche gruppi marginali,
delle bande di criminali. Tutto è degenerato, gli ideali sono caduti. Non
volevano fare la rivoluzione, ma razziare le popolazione e trarne vantaggio». Lui
e Domenico, concede, ci sono stati vittime di questa metamorfosi proprio mentre
cercavano di capirla per poi raccontarla.
Ai primi di aprile li hanno fermati le truppe dell’esercito ribelle,
rivela il professore belga. Li hanno tenuti prigionieri «nella totale
segretezza» per due mesi. Non hanno loro permesso di cominciare con le famiglie
“che ci credevano morti”. «Quando l’assedio è diventato troppo duro, hanno
tentato una sortita e son riusciti ad attraversare le linee governative, ci
hanno portato con loro. Gli ultimi giorni sono stati terribili, eravamo chiusi
una cantina piena di scarafaggi». Era la notte fra il 4 e il 5 giugno. «E’
cominciata una lunga e terribile odissea attraverso il paese, con marce forzate
di giorno e di notte. A qual punto siamo passati nelle mani di un gruppo che
lavora per Al Faruk, eravamo nel nord del governatorato di Damasco. Da allora
ci hanno trasferito continuamente per tutto il paese. Alla fine eravamo in una
località vicino alla frontiera turca, a Bal al-Awa, senza esserne consapevoli.
Quindi siamo riandati verso Est».
«All’inizio, per ingannare il tempo e vincere la tensione, abbiamo
inventato un piccolo gioco. Pensavamo a dei personaggi storici, immaginavamo
cosa avrebbero detto e fatto in quelle stesse circostanze in cui ci trovavamo.
Poi le cose sono peggiorate, man mano che ci spostavano in lungo e in largo per
la Siria crescevano i momenti di incertezza e scoramento. Ci dicevamo:
“resisti, farlo per la famiglia, per chi ci vuole bene, ci aspettano”. E alla
fine ci siamo riusciti».
Come si comportavano, con voi? «In certi casi sono stati corretti. Poi
le cose sono peggiorate. Ci trattavano come occidentali, cristiani, con grande
disprezzo. Certi giorni non ci hanno dato nemmeno da mangiare». Così la
liberazione è stata a lungo una chimera. «Sino all’ultimo non siamo stati
sicuri, ci dicevano “fra due giorni sarete liberi”, “fra una settimana sarete
liberi”, ma non succedeva. Era un gioco crudele». Finito solo ieri, dopo cinque
mesi esatti.
E mentre piovono i messaggi di felicità per la liberazione di Quirico
e dello scrittore belga - “E’ un sollievo, esprimiamo la nostra gioia per la
notizia” dice il portavoce di Barroso - Piccinin dice che ora «Fisicamente sto
bene, nonostante le torture. Psicologicamente anche, eravamo due, ci siamo
sostenuti a vicenda. Adesso tornerò a insegnare e a occuparmi di Medio Oriente
, prima però voglio stare vicino ai miei genitori. Sono anziani e hanno molto
sofferto. Il mio posto è con loro, adesso. Poi la vita tornerà al suo corso naturale.
Per della gente come noi, in realtà, non credo ci sia alternativa». (Marco
Zatterin, corrispondente da Bruxelles de La Stampa)
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