LUOGHI
D’ITALIA
Un viaggio
nella provincia del Belpaese, di Tiziana Grassi e Goffredo Palmerini
Amaseno: tra emigrazione, storia,
religiosità e Genius loci (1)
AMASENO
(Frosinone) - Nel viaggio fisico e interiore, materiale e psicologico, nei
luoghi che custodiscono la storia della Grande Emigrazione italiana, scrigni
d’uno straordinario patrimonio fatto di monumenti, tradizioni, culti, arte e
culture, arriviamo ad Amaseno, il cui nome deriva dal fiume che
placido scorre nell’ampia vallata delimitata dai monti Lepini e dagli Ausoni.
Un fiume reso celebre dall’Eneide, il poema di Virgilio, che lo cita.
Antico borgo agricolo nel cuore della Ciociaria, in provincia di Frosinone, Amaseno si
trova ad un centinaio di chilometri da Roma. All’arrivo ci
accoglie ed avvolge con l’abbraccio d’un paesaggio che rimanda al Genius
loci ancora intatto, tutto da scoprire, nel dedalo di vicoli e
piazzette, fino al Castello dei d’Angiò, da poco restaurato. Nella
piazzetta del centro storico, raccolto dentro una cinta di mura turrite
parzialmente ancora ben conservate, oltre a Luigi La Valle,
maresciallo dei Carabinieri e preziosa memoria storica del luogo che ci farà da
guida, ci dà a suo modo il benvenuto, incuriosito dai “forestieri”, il visionario artista
del paese, Antonio Rotondi. Eccolo lì, l’artista amato da tutti,
poeticamente bardato con le piume di pavone al vento come un cavaliere
indomito. Già nel soma egli evoca, come d’altronde nel veemente tratto
pittorico, il grande Ligabue. Antonio ci accoglie festosamente,
saltellando con gioiose piroette in groppa al suo cavallo, amorevolmente sagomato
e dipinto a cera su un umile cartone, mentre incede verso i riti della festa
patronale di San Lorenzo Martire. Di San Lorenzo martire, adAmaseno,
nella Chiesa di Santa Maria Assunta - elegante esempio
d’architettura gotico-cistercense del XII secolo, monumento nazionale - si
conserva un’ampolla di sangue miracoloso. Non si sa con certezza come e quando
la prodigiosa reliquia del Sangue di San Lorenzo martire sia
arrivata in paese, ma il primo documento che ne rivela la presenza adAmaseno è
l’atto di consacrazione della chiesa, risalente al 1177, sancito in una
preziosa pergamena custodita nella stessa Collegiata di Santa Maria
Assunta.
Senso della
Religiosità, del Ritorno e di un incontaminato Genius Loci
“A
contatto con la natura il contadino sente nitidamente – osserva lo
studioso di storia locale Enrico Giannetta – che
l’universo è disceso da una Paternità che non può essere identificata né con il
caso né con il nulla. Per la sua cultura essenziale, il concetto della
Trascendenza, cioè di un Essere supremo, creatore dell’universo, è un dato di
una intuitività quasi automatica […]”. Trascendenza, devozione,
religiosità. Diverse sono le feste religiose che ad Amaseno si
celebrano nel corso dell’anno. La più importante è appunto quella di San
Lorenzo, patrono del paese. Qui, come in numerose località italiane, il 10
agosto d’ogni anno San Lorenzo viene celebrato con solenni festeggiamenti, che
richiamano sul posto anche parecchi amasenesi, residenti in patria
e all’estero, che tornano a rivedere il paese natale per trascorrere le ferie
estive con parenti ed amici. Nella gioia del Ritorno, ritrovarsi dopo lunghi
periodi di lontananza in remote terre d’emigrazione, forte è il desiderio di
rivivere le suggestive celebrazioni devozionali e rendere omaggio alla prodigiosa
Reliquia, esposta per l’intera giornata di festa alla collettiva e commossa
venerazione. La sera della vigilia della festa, quando ogni anno si compie ilProdigio
della Liquefazione, ha luogo una toccante processione con la statua del
Santo Patrono, portato a spalla dai membri delle Confraternite lungo la via
della Circonvallazione, tutta illuminata a festa. In quegli stessi giorni di
mezz’agosto altre due feste ricorrono: l’Assunta, titolare della Collegiata, e
San Rocco, titolare della chiesa omonima, che realizzano un’appendice di festa
delle celebrazioni patronali.
La Storia
Amaseno è terra d’antico retaggio
storico, dove l’amicizia si vive come dono. Forti i legami interpersonali, così
come il senso dell’ospitalità, ieri come oggi. Sono ancora un punto fermo
nell’indole degli amasenesi, come fossero arcaiche radici. L’origine di questa
accogliente località non è facilmente databile, per la mancanza di documenti
scritti e di reperti archeologici anteriori all’anno Mille. Quanti si sono
cimentati nell’impresa d’una sistematica indagine storiografica, hanno
piuttosto ragionato attraverso ipotesi più o meno attendibili, mentre Amaseno,
con il suo passato affascinante quanto complesso, ancora attende la
ricostruzione d’un tracciato storico filologicamente certo. Alcuni studiosi del
secolo scorso, che s’interessarono alla storia della regione, ritennero cheAmaseno sorgesse
sull’antica Artena, la fortezza del popolo italico deiVolsci espugnata
dai Romani nell’anno 404 a.C., secondo quanto riferisce il
grande storico romano Tito Livio. Altri studiosi ne attribuirono le
origini all’epoca medioevale. Altri verosimilmente assegnarono l’origine di Amaseno intorno
all’VIII secolo, dopo la costituzione dello Stato Pontificio avvenuta nel 752,
in quel periodo storico quando pure venne avviata, con l’opera preziosa dei
monaci benedettini e cistercensi, la colonizzazione di molte terre incolte.
Terra d’antica storia, dunque, ma ancora tutta da meglio delineare e
valorizzare.
Le prime
notizie documentate risalgono intorno al Mille. Il borgo si chiamava allora San
Lorenzo, come pure la valle, così registrata nel Tabularium Cassinense alla
data del 1025. Dagli Annales Ceccanenses si apprende che nel XII secolo Amaseno era
feudo dei Conti di Ceccano. Ma la storia seguente racconta numerosi conflitti
feudali su quella terra e le conseguenze delle contese tra papato e impero,
sfociate nel 1165 nella distruzione del paese ad opera delle truppe imperiali
di Federico Barbarossa. Contesa nei secoli da varie famiglie,
Amaseno passa tra varie vicende e turbolenze dai Conti di Ceccano ai Colonna,
dai Colonna aiCaetani non senza alterni conflitti, fino a quando,
nel 1501, papaAlessandro VI non lo confisca per attribuirlo al
nipote Rodrigo Borgia. Ma i Colonna, alla morte del pontefice, due
anni dopo lo recuperano. E tuttavia non finiscono le contestazioni, tanto che
il feudo viene poi da Paolo IV assegnato ai Carafa,
scatenando la rivalsa dei Caetani che, nel 1556, sottopongono Amaseno al
saccheggio. Solo nel 1562 papa Pio IV ne riconosce la
titolarità ai principi Colonna, e tale rimarrà fino alla generale
soppressione dei feudi, nel 1816. Da allora, non si annotano vicende rilevanti,
se non durante la seconda Guerra mondiale. A partire dall'autunno del 1943,
infatti, Amaseno subisce per vari mesi l'occupazione dei
Tedeschi, con soprusi e angherie. Poi, nel maggio 1944, dopo lo sfondamento
della linea Gustav a Cassino, si aggiungono le violenze dei
cosiddetti Alleati, quando il paese subisce il fuoco dei cannoni e il
saccheggio, cui è sottoposto l'abitato dalle truppe alleate per più giorni,
tanto da costringere gli abitanti ad abbandonare le case e ad andare sui monti,
in preda al terrore, alla fame e alla disperazione, in cerca di salvezza. 34 le
vittime amasenesi e diversi feriti. Segni indelebili dei gravi danni materiali
restano impressi sulla pietra di molti edifici del paese, a perpetua memoria
della guerra e a condanna della violenza.
L’emigrazione
da Amaseno, tra Ottocento e Novecento
Tra la fine
dell’Ottocento e i
primi decenni del Novecento,
soprattutto, ma anche nel secondo dopoguerra, vi fu da Amaseno una
consistente emigrazione diretta particolarmente verso Canada e Stati Uniti.
E’ negli Usa che si conta il maggior numero d’emigrati amasenesi: dal 1900 al
1971 vi si trasferirono ben 846 lavoratori seguendo varie ondate. Nell’ultimo
dopoguerra il flusso migratorio crebbe notevolmente, trovando nuovi sbocchi in America
Latina e Nord Europa, ma ancor più in Canada.
Negli anni a cavallo della metà del secolo scorso altre colonie d’emigrati
amasenesi s’insediarono in Francia, Germania, Svizzera, Belgio,Inghilterra, Venezuela, Brasile e Argentina.
I pionieri della “prima emigrazione” amasenese negli Stati Uniti -
come nel destino comune a molti italiani emigrati all’estero - inesperti del
luogo di destinazione, lontani dalle famiglie, senza conoscenza della lingua del
Paese ospite, privi della copertura d’una previdenza sociale allora del tutto
inesistente, affrontarono con un coraggio non comune e con un radicato senso di
solidarietà la difficile situazione iniziale, connotata da tutte le
problematiche tappe dell’ambientamento e del radicamento nell’altrove. Nella
complessa costruzione di nuove territorialità in luoghi strutturalmente diversi
da quelli d’origine, gli amasenesi organizzarono per propria iniziativa una
specie di mutua assistenza che già nello statuto precorreva le moderne
legislazioni mutualistiche e previdenziali. “Nasceva così in mezzo a loro –
osserva ancora lo studioso Enrico Giannetta – nel 1906 a Chicago la
“Società operaia di mutuo soccorso di Amaseno”, con l’intento
d’assicurare ai soci l’assistenza in caso di malattia, infortunio, invalidità,
disoccupazione, vecchiaia e di provvedere inoltre, in caso di morte, alle
onoranze funebri e ai superstiti del defunto”.
Numerose
sono le testimonianze di amasenesi che, “attraverso sangue,
sudore e lacrime”, emigrarono nel mondo e che sono state raccolte in un denso
volume di Alberico Magni dal titolo “Amaseno e
l’Emigrazione. Testimonianze di molti nostri concittadini che di quella
tragedia storica furono i veri protagonisti” (2008). Nella Prefazione al
volumeGianni Blasi lucidamente sottolinea: “Solo i superficiali
e i disinformati possono scambiare per retorica il ‘sole d’Italia’.
Quando da operai dell’edilizia si è provato l’inverno mordente di Chicago o,
peggio ancora, di Montreal, concetti elementari come il caldo e il freddo
assumono ben altra valenza, altro che retorica. Ma le asprezze fisiche e
climatiche che emergono dalle testimonianze costituiscono solo un aspetto
dell’emigrazione. Assai più durature e difficili da superare sono state le
implicazioni psicologiche e culturali che hanno richiesto tempi molto più
lunghi. Dure esperienze psicologiche e talvolta fisiche che non trovano una
formulazione linguistica adeguata. Sta proprio in questa difficoltà di
formulare compiutamente la complessità della propria esistenza - prosegue Blasi nella
sua attenta analisi - il grande dramma culturale dell’emigrazione,
dramma in cui l’aspetto linguistico costituisce solo uno dei tanti ambiti da
dover affrontare. (…) Nella maggioranza dei casi si trattava di persone che non
disponevano dei mezzi per capire e valutare a pieno la nuova realtà in cui
tentavano di inserirsi. La lingua del Paese che li accoglieva era di per sé un
muro da superare e che in ogni momento della giornata definiva la loro
inadeguatezza e quand’anche fossero riusciti ad impadronirsene sia pure a loro
modo, continuava a riaffermare la loro provenienza, i loro limiti, la loro
posizione sociale”.
Un altro
aspetto peculiare del fenomeno migratorio italiano tra Ottocento e Novecento Alberico
Magni lo coglie nella Partenza, quale archetipo legato al
distacco, alla lacerazione dell’andare verso l’ignoto, alla lunga traversata
dell’Oceano che, non a caso, alcuni studiosi hanno accostato al liquido
amniotico, come dimensione legata alla nascita, o meglio alla ri-nascita verso
il Nuovo Mondo, al momento in cui si percepiva nitidamente la
propria condizione, il passaggio al nuovo status di migrante. “Le canzoni e
la partenza, per troppo tempo considerati stereotipi o elementi da cartolina
dell’emigrato. Per l’emigrato – si sottolinea nel volume di Alberico
Magni – la partenza era di fatto una morte perché lasciava il
proprio mondo portandosi dietro quei pochi elementi che costituivano il proprio
bagaglio di valori, ricordi e sentimenti. […] Certi eventi si colgono nella
loro interezza solo quando si vivono in prima persona. Non risulterà quindi
difficile capire il motivo per cui molti emigrati sono rimasti tenacemente
aggrappati a tutti quegli elementi che rappresentavano il proprio, anche se
scarno, patrimonio culturale. La ritualità delle feste patronali, il senso
tradizionale della famiglia, il legame alle tradizioni culinarie e il rifiuto
di assumere la cittadinanza del Paese che li ospitava, una palese limitazione
delle proprie possibilità, rientrano tutti in questo contesto. Il momento della
partenza, dunque: si pensi alla progressione del separarsi dalla propria casa,
dai familiari, dagli amici, dal proprio territorio, era un continuo lacerarsi
dentro anche se il peggio, la partenza dal porto, doveva ancora arrivare. Bene
fa l’autore – osserva Blasi nella sua analisi
fenomenologica – a sottolineare il mezzo di trasporto, la nave, che per
la sua lentezza rendeva questo trapasso – parola emblematica per la semantica a
cui rimanda – ancora più doloroso. Visto dalla nave, il congiunto sul molo era
una persona, progressivamente diventava una sagoma tra tante, poi lentamente
diventava un fazzoletto e poi un puntino bianco. Ribaltando la
prospettiva, dal molo si assisteva alla medesima scomparsa lenta, troppo lenta
e dolorosa. Si racconta che i familiari rimasti sul molo, dalla zona portuale
di Napoli, corressero alla punta di Santa Lucia per guardare la
nave fino a quando non scompariva dietro il promontorio di Posillipo. Questo
stesso momento, però, anni dopo, quando le difficoltà erano state affrontate e
superate, veniva e viene percepito come ‘una rinascita’ su cui si è innestato
un nuovo percorso esistenziale nettamente distinto e separato dalla fase
precedente. […] Solo in seguito, consolidata una certa agiatezza e raggiunta la
consapevolezza dei diritti acquisiti in terra non più straniera, si ebbe la
percezione certa che quel momento ormai lontano della partenza segnava un
‘prima’ e un ‘dopo’. Visto il fenomeno a distanza, l’etimologia dei sostantivi
‘partenza’ e ‘parto’ rappresenta una curiosità davvero singolare
nell’esperienza degli emigrati”. (Tiziana Grassi e Goffredo Palmerini -
Inform)
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