ITALIANE NEL
MONDO
Dal
“Messaggero di sant’Antonio”, novembre 2013
Due stelle nate a Sud
Maria Giovanna ed Elisa. L’una
artista e l’altra scienziata, ma tutte e due ai massimi livelli nelle loro
professioni. Diverse, eppure unite da legami di sangue e da una terra, il
Cilento, che le ha viste nascere e partire in cerca di fortuna in giro per il
mondo
Valencia, giugno 2013. Il sole che splende porta il pensiero al bel mare incontaminato del Cilento. Da giorni, al «Palaus Les Artes Reina Sofia», tutto è pronto per ricordare il bicentenario della nascita di Giuseppe Verdi. Maria Giovanna Agresta, giovane ma già famoso soprano, ha da poco lasciato gli applausi de La Scala di Milano per venire in questo prestigioso teatro spagnolo. Qui a Valencia canta nel ruolo di Desdemona, moglie di Otello, e la direzione è affidata alla bacchetta del grande Zubin Mehta.
Salerno, la città natale, Modena, la città in cui vive, e poi Milano, Valencia e i teatri di tutto il mondo: ci vuol poco a capire che le valigie di questa ragazza del Sud – viso tondo, dolce, e due occhi buoni – non trovano pace. La sua storia inizia dall’altra parte dello Stivale, precisamente da Vallo della Lucania, nel salernitano, un paese seduto tra la verde montagna del Gelbison e il mare, dove Maria Giovanna nasce e passa gran parte della giovinezza. Dopo il diploma al Conservatorio di Salerno, parte per un viaggio assai incerto in un’Italia poco ospitale per i giovani, soprattutto se sono donne e vivono al Sud. La destinazione è Modena. Il momento è di quelli difficili, ma Maria Giovanna ha dalla sua il sostegno della mamma, sua prima fan – che ha già capito il talento della figlia, forse ancor prima di lei – e del fratello, che spesso l’accompagna a lezione di canto. In prima fila anche il marito, musicista pure lui, che l’aiuta a crescere professionalmente.
L’insegnante a Modena è Raina Kabaivanska, un nome importante della lirica; persino lei nei momenti più brutti non si stanca di ripetere a Maria Giovanna di non mollare, perché ha una grande dote.
Ancora oggi, che è un soprano affermato, Maria Giovanna prova emozione quando vede nei cartelloni dell’opera il suo nome accanto a quello di musicisti e direttori conosciutissimi. La fama non l’ha cambiata, tanto da farle ammettere candidamente che per essere quello che è deve studiare «e tanto».
Nel 2011, in occasione dei 150 anni dell’Unità d’Italia, debutta a Torino con I Vespri siciliani. Monti e Napolitano siedono in prima fila. Lei, ragazza del Sud, conosce bene il Paese. In quell’occasione, dal palco dei festeggiamenti spiega di vedere un’Italia che non gira le spalle alla cultura, alla tradizione e a chi ha reso grande questa nazione. «Vedo un popolo che ama trascorrere parte del proprio tempo vivendo emozioni speciali, e non dimentica che l’opera è nata qui, ed è un bene preziosissimo per il cuore, per l’anima e per la mente». Tuttavia Maria Giovanna, da persona diretta qual è, non può tacere le contraddizioni: ammette che all’estero c’è molta più attenzione per l’arte e la musica. Soprattutto da parte delle istituzioni. «I giovani giapponesi che vengono a perfezionarsi in Italia, per esempio, possono contare su borse di studio notevoli, elargite dallo Stato e anche dai privati». In diversi Paesi gli studenti, anche i più giovani, vengono portati a vedere le opere e sono preparati preventivamente, in modo tale che, all’arrivo in teatro, sanno già cosa accadrà sul palco. «Gli scolari si fermano alla fine dello spettacolo per fare delle domande agli artisti, per capire meglio. Fa parte delle attività didattiche».
Maria Giovanna ha visitato tanti teatri del mondo e tutti hanno suscitato emozione in lei, perché ognuno di essi racconta una storia. «Ricordo il pubblico calorosissimo a cui, dopo aver cantato tante arie d’opera, ho concesso un bis con una canzone napoletana… ed è davvero esploso il teatro». Si trattava del Carnegie Hall a New York. «In Italia, Paese del bel canto – aggiunge – la realtà è diversa, perché manca l’educazione alla musica. Colpa della scuola e anche dei cattivi esempi di una società che vive con falsi miti. La cultura spaventa, è considerata quasi noiosa. Oggi conta arrivare in tv». Pensa che sia davvero un gran peccato dover fuggire all’estero per realizzarsi: «Fa male non essere apprezzati e sostenuti dal proprio Paese». Tra i tanti maestri non può dimenticare Daniel Oren, direttore d’orchestra e cantante israeliano, «un grande musicista che ama le voci», con cui ha vissuto un’esperienza indimenticabile a Tel Aviv: «Un luogo meraviglioso. Lavorare lì mi ha dato l’opportunità di visitare la Terra Santa, Gerusalemme e Betlemme. Un’emozione unica».
Nonostante la vita da girovaga, Maria Giovanna non ha scordato le sue radici, che rappresentano per lei una vera àncora. «Amo il mio Sud. Vorrei solo che sparissero un po’ di preconcetti. Perché, senza fare retorica, le eccezioni negative esistono ovunque... Credo solo che se già imparassimo a dire “sono italiano” e non “sono un italiano del Sud o del Nord”, potremmo compiere un importante passo avanti».
Dall’altra parte dell’Atlantico
Traffico intenso. Grattacieli. Un via vai continuo e frenetico. Dall’altro lato del globo c’è un’altra bella storia che parla di genialità meridionale. Sempre al rosa. Elisa Oricchio è ricercatrice a New York e il caso vuole che sia anche cugina di Maria Giovanna. Due storie di successo, diversissime eppure simili, le loro, che partono dal cuore del Sud Italia, una terra che ha poco da offrire ai giovani e alle giovani donne in particolare.
Tutto comincia da una telefonata, ricevuta lo scorso anno, che invita Elisa Oricchio a tornare in Italia. La Fondazione Lorini ha voluto premiarla, selezionandola per i suoi studi nel campo oncologico. Lo scopo della Fondazione lombarda è di «provvedere all’elargizione annuale di borse di studio a giovani laureati in medicina con ottimi risultati, che intendano specializzarsi in oncologia ma anche nella cura dell’Aids negli Stati Uniti d’America e che abbiano svolto una tesi di laurea sperimentale».
A palazzo Bovara, a Milano, una cerimonia ha suggellato una serata certamente importante per la studiosa salernitana.
Trentatré anni, capelli rossi, temperamento tenace, anche lei di Vallo della Lucania, Elisa si laurea in Biologia all’Università La Sapienza di Roma con una tesi elaborata in collaborazione con il CNR. Gli studi proseguono con il dottorato di ricerca all’Università Tor Vergata e all’Istituto Superiore di Sanità, dove approfondisce la ricerca sul cancro. Arriva, poi, la fatidica scelta: un’esperienza all’estero, destinazione Usa. Durante il dottorato collabora con la Columbia University, un progetto che la trattiene a New York per quattro mesi. Si rafforza in lei l’idea di provare a fare il post-doc, cioè la ricercatrice, negli Stati Uniti. Comincia così a mandare curricula negli istituti di ricerca più importanti. Tra tutti, sceglie di lavorare allo Sloan Kettering Cancer Center, uno dei centri di eccellenza, specializzato nello studio del cancro. Si concentra sul linfoma follicolare e la sua ricerca così accurata le fa guadagnare, grazie alla New York Academy of Sciences, una delle più antiche associazioni scientifiche degli Stati Uniti, il premio come Young Scientist 2012 (giovane scienziata 2012). Attualmente è l’unica italiana nell’équipe internazionale di ricerca guidata dal professor Hans Guido Wendel, un’autorità nel campo.
«La mia attività – spiega – è basata sull’utilizzo di informazioni che vengono da studi genomici per disegnare nuove strategie terapeutiche. Grazie a recenti indagini sul cancro, si conoscono alterazioni genomiche che contribuiscono allo sviluppo del tumore. Utilizzando queste informazioni è possibile disegnare nuove combinazioni per le terapie basate sulle caratteristiche specifiche della forma tumorale». Una grande speranza per coloro che sono affetti da questa malattia. Da poco ha ultimato una prima parte del progetto ed è riuscita a pubblicare il suo lavoro su una delle riviste scientifiche più influenti, “Cell”. «Le nuove scoperte in ambito scientifico vengono presentate su riviste specializzate. “Cell” è una rivista di carattere biologico di grande autorevolezza» spiega. L’approdo a New York non è stato facilissimo: senza compagnia, ma con una discreta conoscenza della lingua, Elisa si è dovuta adattare: viveva da sola, in un appartamento da arredare, mentre il laboratorio richiedeva assidua frequenza e molto impegno. Fortunatamente New York è una città multiculturale in cui ci si ambienta facilmente, e dunque pian piano Elisa è riuscita a superare tutte le difficoltà. Un paio di volte all’anno, d’estate e a Natale, torna a rivedere i genitori che vivono nel verde Cilento, anche se per poco tempo. Negli Stati Uniti abita in una casa molto newyorkese appiccicata ad altre case, mentre «la mia scrivania in laboratorio è al tredicesimo piano di un edificio nuovo, con una bellissima vista su New York, da cui si godono bei tramonti». L’Italia rimane per lei la terra degli affetti e della formazione. «Dal punto di vista scientifico, l’educazione italiana è stata un’ottima base per il mio programma di ricerca all’estero. Durante il percorso formativo ho incontrato numerose persone che mi hanno aiutato, stimolato a crescere e a continuare in questo settore». Un po’ di Italia e di Sud sono arrivati fin qui nei panni di una giovane e coraggiosa donna. Ma quanti altri talenti inespressi non trovano spazio per sbocciare? (Nicola Nicoletti - Il Messaggero di sant’Antonio edizione italiana per l’estero /Inform)
Nessun commento:
Posta un commento