STAMPA PER GLI ITALIANI ALL’ESTERO
Dal “Messaggero di sant’Antonio”, novembre 2013
Un patrimonio chiamato
Fellini
Il 31 ottobre 1993 si
spegneva uno dei più grandi registi di tutti i tempi. Vent’anni dopo l’Italia
celebra un «mago del cinema» che ha fatto (e fa tuttora) sognare intere
generazioni
Borsalino nero in testa, sciarpa rossa
arrotolata al collo e l’immancabile megafono lasciato a riposare a terra, dopo
una giornata di riprese. La sagoma tondeggiante che, adagiata su una sedia,
contempla il tramonto in riva al mare è quella di Federico Fellini, o almeno di
come l’amico Ettore Scola lo ricorda oggi, a vent’anni dalla morte, nel suo
docufilm Che strano chiamarsi Federico, presentato lo scorso
settembre alla settantesima Mostra del cinema di Venezia. Anno speciale, il
2013, per i fan del regista nato a Rimini nel 1920 così come per tutti coloro
che conservano ancora nel cuore la sequenza del bagno di Anita Ekberg nella
Fontana di Trevi (La Dolce Vita, 1960) o il travestimento di Marcello
Mastroianni, domatore circense in Otto e mezzo (1963).
Dapprima vignettista, poi sceneggiatore e, quindi, regista, nei suoi ventiquattro
film girati a cavallo tra l’inizio degli anni Cinquanta e il 1990
Federico Fellini ha raccontato storie di vittime e carnefici, di santi e
peccatori, di paesi e di città, storie, insomma, di vita. «Il cinema è un modo
divino di raccontare la vita, di far concorrenza al padreterno» spiegava il
maestro al critico Giovanni Grazzini in un’intervista del 1983. Gli bastava un
palco vuoto per emozionarsi e trasferire la stessa sensazione al suo pubblico.
Critici e giurati, cinefili e profani, prima o dopo tutti caddero sotto
l’incantesimo di Fellini, irretiti da uno di quei sogni su pellicola che il
maestro sapeva confezionare tanto bene. Non è un caso se in oltre cinquant’anni
di carriera sugli scaffali del regista trovarono collocazione cinque Oscar (l’ultimo,
alla carriera, nel 1993), dodici Nastri d’argento, tre David di Donatello e
molti altri premi. Impresa surreale? Non per un «mago del cinema», come lo
definì Italo Calvino. «Fellini è una delle persone più intelligenti e sensibili
tra coloro che oggi svolgono un’attività creativa – commentava lo scrittore
nel 1985 –. Ha la concretezza, che è la prima dote del poeta; ha la capacità
propria del vero narratore di cogliere nel minimo dettaglio l’unicità di
persone e ambienti e situazioni; ha la devozione artigiana al mestiere senza la
quale nessuna idea può diventare opera d’arte».
Vent’anni da celebrare
È il 31 ottobre 1993: reduce da due
ictus, Fellini si spegne in una sala del policlinico Umberto I di Roma. La
folla che si presenta a rendere l’ultimo omaggio al maestro nel Teatro 5 di
Cinecittà – dove è allestita la camera ardente – la dice già lunga sul legame
tra questo «burattinaio del palcoscenico» e il suo pubblico. La stessa gente
che per decenni il regista ha descritto nei suoi film, attraverso caricature e
gag al limite del farsesco, ora sfila in penombra davanti al feretro, sulle
note del motivo composto da Nino Rota per La strada (film con
cui Fellini ottenne il primo Oscar). Il giorno dopo, tra i banchi della
Basilica di Santa Maria degli Angeli, la Hollywood italiana si stringe attorno
a Giulietta Masina (con cui Fellini aveva appena superato i cinquant’anni di
matrimonio). Dalla disperazione negli occhi di Vittorio Gassman allo sconforto
di registi come Michelangelo Antonioni e Alberto Lattuada, l’impressione che
aleggia durante il funerale di Stato di Federico Fellini è quella di aver perso
non solo un grande artista, ma un vero patrimonio nazionale. Un patrimonio che,
a vent’anni dalla scomparsa, il Paese continua a studiare attraverso reading,
proiezioni e conferenze. Tra i più ferventi sostenitori dell’opera felliniana
c’è Ettore Scola che, oltre a raccontare nel docufilm Che strano
chiamarsi Federicol’amicizia col maestro riminese dai tempi del
«Marc’Aurelio» (rivista satirica dove entrambi lavorarono negli anni Cinquanta)
fino a quelli di Cinecittà, ha dedicato lo scorso marzo al regista il Federico
Fellini festival (nell’ambito del quarto Bari international film festival, di
cui è presidente).
Mai come a Rimini, patria di Fellini,
batte tuttavia quest’anno il cuore dei festeggiamenti in concomitanza con
l’anniversario dalla morte del regista. Nella cittadina romagnola il Comune ha
predisposto fino a fine anno una scaletta fitta di seminari, spettacoli e
rassegne che coinvolgerà accademici e critici, ma anche amici ed ex
collaboratori dell’illustre romagnolo. A novembre sbarcano, sempre a Rimini, la
nuova edizione dell’Amarcord film festival e la mostra «I disegni di Federico
Fellini dal Libro dei sogni», raccolta di un centinaio di riproduzioni degli
schizzi che per trent’anni il regista annotò su due quaderni a ogni risveglio.
A chi poi volesse visionare i manoscritti originali che tanto ispirarono
Fellini nei suoi film conviene raggiungere il Museo della città di Rimini, dove
da un anno sono custodite le oltre 570 pagine, sia in versione cartacea che
digitale. Quanto al leggendario cinema Fulgor di Rimini, in assoluto la prima
sala in cui il giovane Federico mise piede, bisognerà attendere l’autunno 2015
quando, a lavori di ristrutturazione ultimati, vi sarà inaugurata la Casa del
cinema.
Ascesa di un sognatore
Federico il visionario, l’artista, il
«vitellone» di provincia che seppe realizzarsi nella metropoli. E ancora
Federico il donnaiolo, il bugiardo e il genio incompreso. Poche cose lo
entusiasmavano più di un buon piatto di polpettone o di cappelletti in brodo,
preparati secondo la ricetta di mamma Ida. Odiava le feste e le interviste,
amava i quadri di René Magritte, la spiaggia (il luogo della riflessione e
delle scelte) e il circo: «Ogni forma di spettacolo ha origine dal circo, o
comunque, il circo ne è il precursore ideale se non cronologico» diceva il
maestro. Di Fellini si è scritto di tutto e di più. Difficile raccapezzarsi tra
le tante leggende che lui stesso contribuì a diffondere. Di certo c’è che quel
ragazzotto di campagna figlio di un rappresentante di dolciumi di Gambettola
(Rimini) e di una romana d’estrazione borghese trovò nella capitale una seconda
madre. Quando, nel ’39, si trasferì da Rimini a Roma con la scusa di frequentare
la facoltà di giurisprudenza, in realtà il maestro aveva già le idee ben
chiare: diventare giornalista. Grazie al pungente spirito critico e all’innata
inclinazione artistica – «Scarabocchio da sempre, si tratta di una maniera di
prendere appunti, di fermare le idee» ammetterà in seguito – Federico approdò
ben presto al «Marc’Aurelio» dove divenne una delle firme di punta. La rivista,
nata nel ’31, era una fucina di talenti: è proprio qui che il maestro incontrò
Erminio Macario e Aldo Fabrizi per i quali iniziò a scrivere i suoi primi
copioni. Nel ’41 il ragazzo venne ingaggiato dall’Ente italiano audizioni
radiofoniche come autore. Fellini era uno sceneggiatore ancora in erba quando
incontrò l’attrice e futura moglie Giulietta Masina e lo scrittore teatrale
Tullio Pinelli, suo compagno di lavoro per quasi cinquant’anni. La conoscenza
che più di tutte gli cambiò la vita fu, però, nel ’45, quella con il regista
Roberto Rossellini: sembra che in Roma città aperta e Paisà Fellini
non si sia limitato a imbastire la sceneggiatura, ma abbia girato pure qualche
scena di raccordo. «Per me Rossellini è stato come un acrobata che insegna a un
apprendista come si deve tenere il bilanciere» spiegherà Federico Fellini in
un’intervista del ’93.
Cinque anni dopo il battesimo alla
regia: Fellini diresse, in coppia con Alberto Lattuada, Luci del
varietà. L’insuccesso al botteghino non raffreddò il neo regista che nel
’52 ci riprovò, questa volta da solo, con Lo sceicco bianco, la
storia di un’infatuazione destinata a risolversi in una bolla di sapone. Per
quanto, a suo dire, non abbia mai desiderato prima fare il regista, dietro alla
macchina da presa Fellini si sentiva a proprio agio. Il mondo di celluloide gli
permetteva di sviscerare i temi che più lo stimolavano, raggiungendo una platea
pressoché illimitata. Parlò di responsabilità e iniziazione in I
vitelloni (1953), di emarginazione, innocenza e redenzione in La
strada (1954), Il bidone (1955) e Le notti di
Cabiria (1957). Col passare degli anni si svincolò dall’ispirazione
neorealista a vantaggio di un individualismo sempre più fantastico e simbolico.
Finché, nel ’60, raggiunse la consacrazione definitiva con La dolce
vita: proprio come un quadro cubista dalle molte sfaccettature, il film era
un collage di situazioni e luoghi comuni nella città eterna
degli anni Sessanta. In sette episodi interpretati dal giornalista a caccia di
scoop Marcello Rubini – alias Marcello Mastroianni, che da qui in poi
diventerà l’«attore-feticcio del regista riminese» –, Fellini abbandonò gli
schemi narrativi tradizionali per raccontare una società decadente e caotica,
in cui fede e spirito cristiano non trovavano più spazio. Scorrendo ancora la
filmografia di Fellini, uno degli elementi che ricorrono più spesso è quello
autobiografico. Se in Otto e mezzo (1963), il guarda caso
regista Guido Anselmi, colpito da crisi esistenziale, si rifugiava in uno
stabilimento termale in cerca di ispirazione, mai opera di Fellini fu tanto
intrisa di memorie comeAmarcord (che in dialetto romagnolo
significa «io mi ricordo»). Ma il passato per il regista non si riduceva mai a
mera nostalgia: «Fellini partiva dalla memoria e la portava nel presente per
creare il futuro – precisa Paolo Fabbri, docente di semiotica della marca allo
Iulm di Milano –. La sua grandezza sta nell’aver affrescato un’idea, uno stile
di vita, un’Italia che ancora oggi la gente associa al suo nome». Gli anni
Ottanta erano alle porte e il rimpianto per il cinema d’antan si
faceva sempre più evidente. DopoLa città delle donne (1980),
ennesima dichiarazione d’amore al mondo femminile, Fellini affrontò il tema del
viaggio in E la nave va (1983), riflessione sulla storia del
cinema con rimandi al mondo dell’opera lirica. Nauseato dalla società
contemporanea, da una televisione demenziale e da una pubblicità invadente,
Fellini intraprese con Ginger e Fred (1986) una personale
guerra al consumismo. L’insofferenza verso un’Italia chiassosa prese ancora una
volta i toni della satira nell’ultima fatica del maestro, La voce della
luna (1990), «Un film inventato giorno per giorno», commenterà Fellini
intervistato pochi mesi prima di morire. Congedandosi da questo mondo alla
vigilia di Ognissanti del 1993, il maestro lascerà dietro di sé una lunga coda
di progetti incompiuti. «Uno di questi – spiega Antonio Costa, docente di
cinema e arti visive allo Iuav di Venezia – è Il viaggio di G. Mastorna,
ispirato al racconto di Dino Buzzati Lo strano viaggio di Domenico Molo».
Chissà se in futuro qualche suo degno successore troverà il coraggio di
recuperarne la sceneggiatura. Nel frattempo non resta che ripiegare sulle opere
dei due registi che, a detta di Francesca Fabbri Fellini, nipote del grande
Federico, attualmente sarebbero gli unici eredi del maestro: «Il cinese Wong Kar
Wai e lo statunitense Terry Gilliam. Guarda caso quest’ultimo è un bravo
disegnatore, proprio come zio Federico!». (Luisa Santinello -Il Messaggero di
sant’Antonio, edizione italiana per l’estero /Inform)
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