ITALIANI ALL’ESTERO
La fuga dei cervelli e la nuova
emigrazione. L’appello dell’UNAIE
Narducci: Far fronte a un’emergenza
all’estero che si sta rivelando di giorno in giorno più pressante
ROMA - Nel Paese cresce la preoccupazione per i giovani che abbandonano l’Italia alla ricerca di migliori occasioni di lavoro, un fenomeno che assume sempre più dimensioni corpose e riguarda soprattutto giovani qualificati, laureati e ricercatori. Istituzioni, famiglie, imprese e mezzi d’informazione riecheggiano sempre più quest’allarme.
La fuga dei giovani, in una nazione che invecchia sempre di più, per quanto possano essere rimpiazzati dagli immigrati, costituisce un grave depauperamento. Quando poi il fenomeno riguarda le risorse intellettuali, difficilmente fungibili con gli immigrati e per la cui formazione il sistema Paese ha investito ingenti somme di denaro, il danno appare in tutta la sua gravità, anche se tendenzialmente si propende a classificare il tutto con il nuovo carattere “transnazionale” della mobilità.
Tuttavia, di fronte a questo fenomeno, l’UNAIE ritiene che la soluzione non possa risiedere in illusorie politiche di trattenimento dei giovani sul territorio o inutili e poco attraenti incentivi per stimolare il rientro. E’ inutile, infatti, ostacolare la naturale tendenza dei giovani a compiere importanti esperienze all’estero oppure attrarli in Italia con offerte d’impiego che sono nettamente inferiori, per retribuzione e qualità del lavoro, a quelle che possono trovare all’estero.
La soluzione sta, invece, nel creare un circuito virtuoso tra sistema di ricerca e di alta istruzione in Italia a vantaggio sia degli italiani che intendono riportare la loro esperienza dall’estero sia degli stranieri che intendono fare esperienze in Italia. Il presupposto, però, sta nel potenziare e ammodernare l’attuale sistema superato della ricerca e dell’università. Solo in questo modo si attuerebbe quella circolarità di esperienze professionali e utilizzo dei cervelli da cui traggono giovamento i Paesi più avanzati del mondo.
La circolazione dei cervelli sarebbe agevolata dal far perno sulle organizzazioni degli italiani all’estero. Queste potrebbero fare da raccordo con le strutture universitarie e di ricerca all’estero, favorendo l’inserimento dei giovani italiani e agevolando, nello stesso tempo, il loro rientro in Italia.
Nel frattempo, ad ogni modo, vi è da far fronte a un’emergenza all’estero che si sta rivelando di giorno in giorno più pressante: la rete consolare è ai minimi storici e di solito irraggiungibile telefonicamente da chi, come i nuovi migranti, ha bisogno assoluto di informazioni e di un minimo di orientamento; gli organismi di rappresentanza sono sconosciuti e in ogni caso logorati da un mandato decennale, per cui nella maggior parte dei casi sono puramente formali, mentre gli Enti di formazione che per decenni hanno accompagnato i nostri emigrati sono generalmente scomparsi o in via di “estinzione”. Che cosa fare, come agire per aiutare quei giovani che non vanno via per approdare in un laboratorio di ricerca che li attende e che invece finiscono a lavare piatti in ristoranti e hotel in attesa di tempi migliori (si pensi soltanto al problema della lingua locale)?
Per delimitare questa trasposizione di precariato dall’Italia all’estero le risposte non sono semplici e scontate, ma almeno bisogna parlarne e sensibilizzare il Governo e il ministero degli Esteri a farsi carico del problema. E occorre lanciare un appello a tutto l’associazionismo italiano all’estero che, come in passato, è chiamato a svolgere il proprio ruolo con la passione e la solidarietà che ne hanno per decenni connotato l’agire. L’UNAIE lo sta facendo con le proprie ramificate presenze, ma siamo soltanto all’inizio e presumibilmente il fenomeno è destinato a ingrossarsi ancora: stanno tornando i quarantenni e anche le famiglie che anni fa erano rientrate in Italia! Pare chiaro, allora, che i pannicelli caldi non bastano, occorrono ben altre risposte. (Franco Narducci* -Inform)
* Presidente dell’UNAIE)
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