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lunedì 24 giugno 2013

Sans-papiers in Svizzera, un fenomeno ignorato

MIGRAZIONI
Sans-papiers in Svizzera, un fenomeno ignorato

Intervista di Luisa Deponti (CSERPE) a Mirjam Ringenbach

BASILEA - I media in Svizzera riportano di tanto in tanto la notizia di manifestazioni a favore dei «sanspapiers », che hanno lo scopo di attirare l'attenzione su un fenomeno perlopiù ignorato nella Confederazione Elvetica. I «sans-papiers» vivono qui senza un permesso di soggiorno valido, ma hanno un lavoro soprattutto in settori in cui il fabbisogno di manodopera non può essere interamente coperto dai cittadini svizzeri o dell'Unione Europea. Per conoscere meglio questa realtà, abbiamo intervistato Mirjam Ringenbach, che lavora in un ufficio di consulenza sociale e legale per immigrati irregolari a Basilea.

Chi sono e da dove vengono i «sans-papiers» in Svizzera?

Si ritiene che la maggioranza degli irregolari non siano richiedenti asilo respinti, ma persone che sono arrivate legalmente con un visto turistico o sono entrate irregolarmente, hanno trovato lavoro e sono rimaste. Una stima effettuata nel 2005 indicava circa 90.000 immigrati irregolari; un'altra valutava la presenza di 70.000-180.000 persone. Le donne rappresentano una percentuale elevata, se non la maggioranza, benché la proporzione tra i sessi vari molto da un gruppo etnico all'altro. Vi sono sempre più persone che si trovano nell'irregolarità da 10-20 anni. Aumentano di conseguenza anche i ragazzi di famiglie irregolari, nati in Svizzera o arrivati in tenera età. L'America Latina è la principale area di provenienza. Altro gruppo importante sono gli immigrati dai paesi balcanici, dalla Turchia e dal Medio Oriente. Si rileva un'immigrazione femminile irregolare anche dalle Filippine, dalla Tailandia e da diversi paesi africani.

Come sono le condizioni di vita «sans-papiers»?

Le situazioni più dure si hanno in caso di malattia o di gravidanza. Talvolta lo stipendio non viene pagato o è troppo basso e i lavoratori non possono rivendicare ciò che è loro dovuto, per timore di una denuncia o di essere licenziati. Le condizioni di lavoro variano molto, soprattutto presso i privati: ci sono anche forme di sfruttamento. La situazione abitativa è precaria perché un irregolare non può firmare un contratto di affitto a proprio nome. Allora è necessario che firmi un’altra persona. Sovente si tratta di individui che cercano di guadagnare denaro, subaffittando gli alloggi ai migranti irregolari a prezzi maggiorati. A questo si aggiunge lo stress psicologico: con il passare del tempo i migranti si radicano sempre più in Svizzera, soprattutto se hanno figli. Ma ogni giorno corrono il pericolo di essere scoperti ed espulsi e la loro vita rimane in sospeso. Per la maggior parte delle persone, un lungo periodo di soggiorno irregolare rappresenta un logorio psicologico molto forte. Per cui, dopo un certo tempo, appaiono anche dei disturbi psico-somatici.

Secondo la legge, i «sans-papiers» non dovrebbero soggiornare in Svizzera. Come è possibile che siano sorti degli uffici di consulenza per assisterli?

In Svizzera fino ad ora la proposta di una regolarizzazione collettiva dei clandestini, come è avvenuto in altri paesi europei, non è mai stata presa in considerazione dai vari governi. Il Consiglio Federale rinvia sempre alla possibilità prevista dalla legge di concedere un permesso di soggiorno umanitario a singole persone o a famiglie in casi personali di particolare gravità. Ma nella prassi, le chance di vedere la propria situazione regolarizzata variano molto da un cantone all’altro. Negli ultimi anni è decisamente diminuito il numero dei dossier accettati. Mancando una soluzione di più ampio respiro, le autorità, soprattutto a livello locale, hanno elaborato degli approcci pragmatici alla migrazione irregolare. Anche i «sans-papiers» sono titolari, infatti, dei diritti umani fondamentali, come quello alla salute e all'istruzione obbligatoria. Negli ultimi dieci anni le istituzioni della società civile hanno predisposto servizi di consulenza e gruppi di solidarietà. Le parrocchie e le missioni linguistiche rimangono importanti punti di riferimento per i «sans-papiers». Ci si occupa di vari aspetti: procedure per l'ottenimento di un permesso umanitario, documenti per il matrimonio, registrazione anagrafica dei bambini, inserimento scolastico, corsi di lingua, questioni sanitarie… Gli uffici di assistenza svolgono anche un'azione di lobby politica e di sensibilizzazione della popolazione locale. Nel 2013 è stata avviata una campagna informativa riguardo alla situazione delle lavoratrici domestiche senza permesso di soggiorno ed è possibile firmare una petizione per la loro regolarizzazione (www.ncdei.ch/petizione ).

Oggi, però, si ha più paura ad aiutare i «sans-papiers» rispetto al passato.

Nella legge degli stranieri del 2008 è stato inserito il reato di sostegno al soggiorno irregolare. Finora sono state condannate solo quelle persone che hanno fornito un'abitazione. Il nostro ufficio di consulenza non dà alloggio. Le autorità cantonali apprezzano il nostro lavoro perché contribuisce a lenire le situazioni di disagio. Si riconosce che non è possibile dall’oggi al domani espellere migliaia di persone ed è quindi necessario che qualcuno si occupi di loro. Si sa, inoltre, che l’economia ne trae profitto e necessita di questi lavoratori a basso costo. Manca la volontà politica di risolvere la situazione. Ci vuole una chiara presa di posizione da parte delle chiese e delle organizzazioni umanitarie per affermare che i nostri valori etici ci obbligano ad aiutare queste persone in situazioni di bisogno. Non ci si deve lasciar spaventare dal clima creato dai media. È importante anche riconsiderare la politica migratoria nazionale, tenendo maggiormente conto del contesto globale con i suoi squilibri economico-sociali e i conflitti presenti nei paesi in via di sviluppo. (Luisa Deponti, CSERPE /Inform)

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