CITTADINANZA
Da tre volontarie del servizio civile al patronato Ital Uil
Un appello per il
riconoscimento della cittadinanza italiana ai figli di cittadini stranieri nati
o residenti in Italia sin dall’infanzia
Il vice
presidente Alberto Sera segnala e condivide la richiesta inoltrata ai
parlamentari eletti nella Regione Friuli Venezia Giulia
ROMA – Il vice presidente del patronato Ital Uil, Alberto Sera, segnala un appello inviato da tre volontarie del servizio civile presso le sedi del patronato di Pordenone e Trieste ai parlamentari eletti nella Regione Friuli Venezia Giulia in cui si sollecita un intervento normativo volto al riconoscimento della cittadinanza italiana ai figli di cittadini stranieri nati in Italia o arrivati da bambini nel nostro Paese.
Un appello che ha suscitato l’ “ammirazione” di Sera, per le “parole piene di dignità, di civiltà, di saggezza” che dimostrano un “impegno di servizio civile denso di sostanza” da parte delle firmatarie. “Ringrazio queste volontarie perché con il loro lavoro danno un senso anche alle scelte di vita che sindacalisti come me hanno fatto qualche decennio fa – afferma Sera.
Debora Damiano, Sara Moretton e Giulia Bigazzi spiegano nella loro lettera di aver partecipato, attraverso il Servizio civile nazionale, al progetto “BenEssere Integrati” proposto e sviluppato dal patronato Ital Uil per sostenere gli immigrati nell’affrontare le problematiche sanitarie e nell’esercizio dei propri diritti, specie quelli relativi all’assistenza sanitaria. Una decisione maturata “perché crediamo fermamente nel ruolo della società civile per la prevenzione dei conflitti e nell’importanza del dialogo e del confronto come arma davvero efficace alla salvaguardia della convivenza pacifica in una modernità sempre più complessa, dov’è l’adempimento del dovere di solidarietà - scrivono, - sancito dall’articolo 2 della Costituzione, la carta vincente per mantenere in salute la Repubblica”.
La volontarie aggiungono poi di non sentirsi sicure “ogni volta che ci troviamo di fronte alle tante ingiustizie sofferte dagli stranieri, sempre un po’ meno uguali degli altri, sempre un po’ più sudditi che cittadini in quest’Italia che non sembra mai pronta ad affrontare questa sfida importante nonostante la sua storia, la giurisprudenza delle Convenzioni internazionali, la vocazione internazionalista della Carta Costituzionale su cui si fonda la Repubblica italiana”. “Ci sentiamo insicure – scrivono - nel sapere che la condizione giuridica dello straniero non sia di fatto regolata da una legge organica in conformità con le norme dei trattati internazionali; non ci sentiamo sicure con una normativa in materia che si è costruita considerando l’immigrazione come problema sociale anziché come ricchezza per la società”. “Soprattutto non ci sentiamo rappresentate nel vivere in una Repubblica che non riconosce i ragazzi nati in Italia, o arrivati da piccoli, quali suoi figli – proseguono le firmatarie, ricordando come l’articolo 3 della Costituzione impegni lo Stato a rimuovere gli ostacoli al principio di uguaglianza degli individui. “Finché a questi giovani sarà negato di sentirsi pienamente italiani, saremo tutti italiani a metà – si legge nell’appello - in un’Italia mutilata che esclude della cittadinanza una parte importante dei suoi membri. Si tratta di studenti, lavoratori, sportivi, ragazzi e ragazze che, con lo stesso impegno dei coetanei di origine italiana, partecipano attivamente e con altrettanta passione allo sviluppo socio-culturale della nostra nazione senza però la possibilità di partecipare al governo dello Stato, deciderne i propri rappresentanti, firmare un referendum, nonché partecipare ai concorsi pubblici, intraprendere certe professioni o, come noi, scegliere di dedicare un anno di lavoro al paese che riconoscono loro Patria attraverso il Servizio Civile. Per non parlare dei numerosi problemi di ordine sociale, ma anche burocratico, che incontrano le famiglie estere durante il percorso scolastico: in balia delle pratiche di rinnovo del permesso di soggiorno e delle difficoltà nell’accedere agli studi superiori, doppia rispetto ai compagni italiani”.
“Non possiamo essere serene quando notiamo da parte delle istituzioni un disinteresse a tutelare le nuove generazioni e i migranti in generale, quando vediamo cavalcare le paure xenofobe in nome di tornaconti elettorali e del mantenimento di uno status quo molto distante da quello reale. L’Italia ad oggi è agli ultimi posti in materia di cittadinanza, ancorata all’antica legge dello ius sanguinis ormai superato – rilevano - dalla legislazione della maggior parte degli Stati europei, le cui dottrine si stanno da tempo adattando alle esigenze dell’essere umano in un mondo sempre più globalizzato”.
Per la tre volontarie “il nostro Paese, crogiolo di popoli mescolatisi dall’antichità fino ad oggi, proprio perché più di altri ha vissuto il fenomeno dell’emigrazione e le sue terribili trame”, può “diventare modello esemplare di inclusione piuttosto che di esclusione, di tutela dei diritti attraverso l’introduzione dello ius soli per chi nasce in Italia tramite la definizione di regole più adatte e di un iter più snello nei confronti di coloro che hanno scelto l’Italia quale luogo di realizzazione personale”. Ai parlamentari viene quindi richiesto di impegnarsi in tal senso, con un atto che potrebbe divenire un “primo forte segnale di umanità e responsabilità da parte dello Stato”, nella consapevolezza che l’integrazione vera, “che non può e non deve essere unidirezionale ma va costruita assieme”, possa cominciare solo “garantendo le stesse condizioni di partenza a tutti coloro i quali condividono lo stesso territorio dalla tenera età”. (Inform)
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